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Sindrome di Raynaud: cos’é? esistono terapie?

Sindrome di Raynaud

Definizione

La sindrome di Raynaud è una patologia clinica a carico delle arterie, di quei vasi, cioè, che trasportano il sangue dal cuore a tutto il corpo.
I pazienti colpiti dalla sindrome di Raynaud sono oggetto di frequenti fenomeni di vasospasmo che si manifesta come un temporaneo restringimento dei vasi sanguigni arteriosi.

Tipologie

Per i medici non è sempre possibile individuare le cause del morbo di Raynaud.
In questo caso, la malattia viene considerata di tipo primario, essendo essa stessa causa ed effetto del fenomeno vasospastico.
In altri casi la malattia di Raynaud è riconducibile ad una causa e/o a fattori ben riconosciuti.
Siamo, allora, di fronte al morbo di Raynaud di tipo secondario.

La sindrome di Raynaud di tipo secondario – Cause

Il morbo di Raynaud di tipo secondario può essere attribuito ad una lunga serie di causa e/o fattori che riportiamo in elenco:

  • patologie di diversa eziologia a carico delle arterie o dei nervi che le controllano;
  • fenomeni di natura traumatica che colpiscono mani e piedi;
  • ripetitività di particolari movimenti scorretti o atteggiamenti posturali sbagliati che infiammano o danneggiano i nervi di mani e piedi;
  • esposizione a specifiche sostanze chimiche;
  • assunzione di farmaci che ostruiscono i vasi sanguigni arteriosi, aumentando la pressione del sangue.

Sintomi

La sindrome di Raynaud si manifesta, in genere, con attacchi repentini che si manifestano nelle mani e nei piedi, talvolta anche nei capezzoli, nel naso, nelle orecchie e nelle labbra.
Gli attacchi possono verificarsi immediatamente dopo l’esposizione a basse temperature o essere la conseguenza di un forte stress emotivo.
Questi attacchi sono caratterizzati da puntuali sintomi quali:

  • pallore seguito da colorazione viola/blue;
  • intorpidimento;
  • abbassamento della temperatura fisiologica;
  • dolore;
  • formicolio e bruciore quando l’attacco sta per finire.

I sintomi possono avere una durata variabile, da pochi minuti a qualche ora, e possono ripetersi più volte al giorno o qualche volta al mese.
Nei casi più critici, la conseguenza della malattia di Raynaud è la necrosi dei tessuti, degli organi e/o degli apparati coinvolti.

Diagnosi ed esami

Per diagnosticare la sindrome di Raynaud sono necessari particolari esami clinici come l’indice di eritrosedimentazione, l’esame degli anticorpi anti-nucleo, l’esame della proteina C reattiva, il test da stimolazione da freddo e la capillaroscopia delle unghie.

Terapia della Sindrome di Raynaud

Non esistono cure specifiche per il morbo di Raynaud.
Tuttavia è possibile seguire una terapia di tipo farmacologico che, accompagnata da un radicale cambiamento nello stile di vita, può aiutare a ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi.
Si può ricorrere, anche, all’intervento chirurgico.

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Lussazione e sublussazione: spalla, dito, anca e caviglia

La lussazione: definizione ed eziologia

La lussazione è una condizione patologica che interrompe il regolare rapporto tra le superfici articolari. A causa della rottura dei legamenti o della capsula articolare, le articolazioni slittano a livello cartilagineo e fuoriescono dalla sede naturale. La rottura che porta alla slogatura può essere parziale o totale e se le articolazioni non si riposizionano spontaneamente, occorre un intervento esterno.

La lussazione si definisce “completa” se le superfici articolari sono completamente separate, “incompleta” o “sublussazione” se mantengono un contatto.

L’eziologia, ovvero la causa, della lussazione può essere: congenita, traumatica, degenerativa.
Il primo caso si verifica quando la patologia è già presente alla nascita. La lussazione congenita è di solito a carico dell’anca e colpisce i neonati di sesso femminile.

E’ detta lussazione traumatica quando la causa è un trauma intenso: i legamenti sono strutture fibrose piuttosto forti ed elastiche, che uniscono due ossa o due parti dello stesso osso e quando una forza esterna è eccesiva essi possono subire lesioni e danni di varia entità.

Si parla di lussazione degenerativa se è causata da patologie che danneggiano i legamenti o la capsula articolare, come l’artrite, il tumore, la poliartrite o la paralisi.

La lussazione può interessare diverse parti del corpo:

  • la spalla, in particolare l’acromion claveare
  • gli arti superiori a livello del gomito o delle dita
  • gli arti inferiori, soprattutto il ginocchio (la rotula) e la caviglia

Sintomi e trattamenti di cura

La lussazione provoca un dolore acuto, accompagnato da gonfiore e da ecchimosi. La lussazione della spalla spesso è dovuta a una caduta laterale sul corpo, mentre quella al ginocchio o al gomito possono derivare dalla pratica di alcuni sport che comportano un eccessivo sforzo su queste parti, come il calcio, il rugby, il basket, lo sci.

Al verificarsi della lussazione si deve immediatamente sollevare l’arto colpito e immobilizzarlo con una fasciatura, apporre sulla parte la borsa di ghiaccio o un impacco freddo. Dopodiché recarsi all’ospedale o da un ortopedico, il quale provvede alla riduzione della lussazione manualmente. Di solito vengono prescritti degli antidolorifici e degli antinfiammatori per via orale e, nei casi più impegnativi, le infiltrazioni.

Anche se la diagnosi è immediata, è consigliabile effettuare degli esami diagnostici quali la radiografia o la risonanza magnetica per accertare la presenza di complicazioni come la frattura ossea o altre lesioni. Dopo il riposizionamento in sede delle articolazioni bisogna ripetere la radiografia, eseguire la riabilitazione e osservare un periodo di riposo.

La lussazione della spalla

La lussazione della spalla è quella più frequente. La spalla è l’articolazione che consente i movimenti più ampi nel nostro corpo e per questo è anche la più complessa. Essa è formata dall’insieme di 5 articolazioni supportate da una trentina di muscoli, quindi la lussazione si può verificare a diversi livelli.

La riduzione della lussazione deve essere eseguita da un ortopedico, che spesso opera in anestesia locale. In seguito la spalla deve essere protetta da un tutore per circa due settimane. Seguirà un trattamento riabilitativo per riattivare l’articolazione e potenziare la massa muscolare.

I tempi di recupero della lussazione alla spalla si aggirano intorno ai 40-50 giorni per quel che riguarda le normali attività quotidiane; salgono a circa 3 mesi per i lavori manuali pesanti. Le attività sportive che comportano uno sforzo della spalla potranno invece essere riprese dopo almeno sei mesi dalla riabilitazione.

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Colpo di frusta: Sintomi, Conseguenze e Rimedi

Il colpo di frusta: definizione e cause

Il colpo di frusta è l’espressione utilizzata comunemente per indicare un trauma subito dalla colonna vertebrale, che tecnicamente consiste in una iperflessione ed una ipertensione violenta del tratto cervicale. Questa dinamica si genera da un meccanismo di accelerazione e decelerazione e trasferisce energia cinetica al collo.

La causa principale della distorsione del rachide cervicale è relativa a incidenti automobilistici. Il più noto è il colpo di frusta da tamponamento: l’improvviso aumento della velocità dell’impatto può provocare il trauma e una serie di conseguenze.

Una percentuale minima, invece, di cause da cui dipende tale problema deriva da alcuni infortuni sportivi e da altri incidenti, come una caduta, che genera un brusco movimento del capo oltre i limiti fisiologici.

In tutti i casi si verifica uno stiramento dei muscoli o dei legamenti, il più delle volte senza danni permanenti all’individuo, che si risolvono nel giro di poche settimane. Non è comunque raro ascoltare persone che dicano che i loro problemi di dolore alla cervicale siano cominciati dopo aver subito un incidente.

Sintomi immediati e sintomi tardivi

I sintomi del colpo di frusta sono di varia natura e dipendono dall’entità del trauma. In alcuni casi si presentano solo con un lieve mal di testa, mentre si può arrivare a problemi più importanti se si verifica la rottura dei legamenti, la comparsa di ernia del disco o se intervengono delle fratture vertebrali. Tali eventi traumatici possono avere come conseguenza la disabilità e vanno ben oltre le più comuni conseguenze del colpo di frusta.

Nella comune sintomatologia del colpo di frusta rientrano il dolore e la rigidità del tratto cervicale e della spalla.

Altri sintomi possono essere:

  • sensazione di avere la testa pesante
  • formicolio alle braccia e al viso
  • vertigini
  • acufeni
  • instabilità
  • mal di schiena
  • senso di debolezza
  • disturbi alla vista

Inoltre, si possono verificare dei sintomi tardivi del colpo di frusta al collo come l’affaticamento, problemi di concentrazione e di memoria, disturbi del sonno e qualche disagio emotivo legato all’insicurezza e all’ansia del trauma subito.

Rimedi: cosa fare per risolvere il colpo di frusta?

Quando si verifica il trauma da colpo di frusta bisogna recarsi al Pronto Soccorso anche in assenza di sintomi immediati, per verificare la presenza di eventuali danni e successivamente è indicato fare un controllo da uno specialista.

Il primo tra i rimedi per il colpo di frusta, e quindi quello più prescritto dagli specialisti, è sicuramente l’utilizzo di un collare, che consente al rachide cervicale di riposare e di evitare ulteriori sollecitazioni. Per gli altri sintomi si prescrivono, di solito, antidolorifici o antinfiammatori e alcuni medicinali specifici per le vertigini o l’ansia.

Successivamente è necessario un percorso riabilitativo di fisioterapia o di terapie mirate con il laser o gli ultrasuoni. È importante ricordare che il paziente che desidera richiedere un risarcimento per il colpo di frusta alla propria assicurazione deve fornire una documentazione clinica ufficiale per accedere ad un eventuale rimborso.

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Borsite: ginocchio, spalla e piede i più coinvolti

Cos’è la borsite e da cosa è causata

Per borsite si intende l’infiammazione delle borse sierose a causa di sfregamenti, irritazioni, infezioni o traumi. Le borse fisiologicamente sono delle sacche ripiene di liquido, che hanno lo scopo di proteggere l’articolazione dall’attrito contro le componenti ossee e cartilaginee; sono piene di un liquido sieroso che garantisce fluidità ai movimenti, impedendo traumi a carico dei tendini o delle ossa. Nell’organismo umano sono presenti decine di borse: le più importanti proteggono articolazioni vitali quali il ginocchio, l’anca, il gomito e la spalla. Se le borse subiscono traumi o eccessive sollecitazioni, possono subire un danno e infiammarsi, causando la borsite.

Borsite al gomito

Tipologie di borsite

Esistono due tipologie fondamentali di borsiti:

  • borsite infiammatoria
  • borsite emorragica

Le borsiti infiammatorie solitamente sono provocate da sforzi eccessivi, infezioni o agenti chimici dannosi; molto spesso è l’attività sportiva a sollecitare eccessivamente l’articolazione. Le borsiti emorragiche invece sono causate da incidenti e traumi a carico dell’articolazione: durante il trauma, il sangue si riversa nella borsa impedendo il movimento dell’articolazione. A sua volta, il sangue può irritare maggiormente la superficie articolare e può coagulare. Un terzo gruppo è rappresentato dalle borsiti di natura autoimmune o secondarie a malattie croniche, ma sono di più raro riscontro.

Sintomi della borsite

Il sintomi principale della borsite di qualunque genere è l’infiammazione: l’articolazione si presenta gonfia, calda al tatto, dolorante e poco mobile. La cute può apparire arrossata o livida; la diagnosi si basa quasi esclusivamente sull’esame obiettivo, ma può essere completata con una radiografia o una risonanza magnetica (generalmente per escludere complicanze quali fratture ossee).

La borsite al gomito è chiamata “gomito del tennista” ed è causata dall’utilizzo eccessivo del braccio; allo stesso modo, il ginocchio e il piede sono spesso colpiti da borsite nei calciatori. Meno comuni ma non rare le borsiti all’anca (borsite trocanterica) e alla spalla.

Terapia

 E’ importante che la borsite non venga sottovalutata, perché l’infiammazione non si risolve da sola e può aggravarsi, facilitando l’insorgenza di infezioni. Il riposo della parte colpita è essenziale, evitando il sovraccarico dell’articolazione e utilizzando bendaggi compressivi. Il ghiaccio posto sulla zona interessata subito dopo l’evento traumatico può ridurre il dolore e in gonfiore; dopo qualche giorno, invece, l’applicazione di impacchi caldi può ridurre la tensione muscolare. Se dopo qualche giorno non vi sono miglioramenti, bisogna rivolgersi al medico che provvederà a somministrare una terapia farmacologica o a consigliare altri interventi tra cui la fisioterapia, come ad esempio tecarterapia.

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Artrosi Cervicale: Cause, Sintomi e Rimedi

Artrosi cervicale: cos’è?

Il nome scientifico dell’artrosi cervicale è spondilosi cervicale: si tratta di una sindrome causata dall’usura del rachide cervicale, o più specificamente delle vertebre cervicali.

L’artrosi cervicale interessa i dischi delle vertebre cervicali, vale a dire quelle situate fra la nuca e il collo.

Il deterioramento dei dischi vertebrali porta a una progressiva deformazione degli stessi, con conseguente restringimento del canale midollare e una compressione dei nervi: il risultato è la presenza di dolore e una certa difficoltà nel piegare la schiena e nei movimenti in genere.

A complicare la situazione spesso interviene anche la formazione di osteofiti, parti ossee che tendono a ridurre ulteriormente il diametro dei dischi vertebrali.

Artrosi e Vertebre Cervicali

Quali sono i sintomi dell’artrosi cervicale?

I sintomi della cervicale sono piuttosto vari: dolori cervicali, nausee, emicranie e rigidità muscolare.

È possibile anche provare una sensazione di rigidità attorno al collo, un generico indolenzimento delle spalle, difficoltà a rimanere in piedi per periodi prolungati, acufene e stanchezza.

L’artrosi cervicale tende a colpire soprattutto persone che abbiano superato i cinquant’anni.

Quali sono le cause e i fattori di rischio?

Le cause scatenanti l’artrosi cervicale possono essere numerose: lavori usuranti, prolungate esposizioni a freddo e umidità, gravi errori nella postura, traumi importanti e lesioni alla colonna vertebrale (ad esempio il classico “colpo di frusta”). L’effetto è un consumo patologico delle cartilagini cervicali, che porta al conseguente manifestarsi dei sintomi.

Una corretta diagnosi della patologia include la sottoposizione a visita ortopedica, con eventuali approfondimenti strumentali come radiografie e, se necessario, risonanza magnetica. La diagnosi cosiddetta “differenziale” mira a escludere che i sintomi dichiarati dal paziente siano dovuti a patologie differenti, ad esempio a fibromialgia, alla sclerosi multipla, all’ernia al disco o ad altre patologie a carico della colonna vertebrale che includano anche sintomi neurologici.

Posso prevenire o curare l’artrosi cervicale?

Essendo l’artrosi la conseguenza di un processo degenerativo, non è curabile, anche se in molti casi si può intervenire sui sintomi. Vi sono diversi rimedi per prevenire, o ritardare l’insorgenza dell’artrosi cervicale, utili in alcuni casi anche per alleviarne la sintomatologia quando la patologia è già presente.

Il primo è quello di modificare le abitudini di vita e la postura, dato che spesso sono proprio esse a costituire la causa scatenante della malattia. Imparare la corretta postura della schiena, sia in piedi che da seduti, sollevare correttamente piccoli pesi, eseguire esercizi mirati per mantenere attiva la circolazione sanguinea a livello del collo e della testa sono ottime abitudini che colui che soffre di artrosi cervicale deve assolutamente adottare. Un esempio di esercizio è il seguente: ruotare il collo da una parte all’altra con lentezza.

Solitamente il medico prescrive farmaci come il paracetamolo, miorilassanti o cortisonici, ma anche ginnastica e fisioterapia (incluso l’uso del collare) sono benefici. I campi elettromagnetici sono utili per diminuire i sintomi dolorifici e infiammazione: è anche possibile richiede un apparecchio per la magnetoterapia in noleggio.

Un rimedio naturale che può risultare benefico nelle forme più lievi è il classico impacco caldo, mentre nei casi più gravi si può arrivare all’indicazione di intervento chirurgico: decompressione chirurgica e laminectomia.

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Periartrite della spalla e dell’anca: cause, sintomi e cura

Cos’è la Periartrite

La Periartrite è una patologia infiammatoria molto comune. Di solito, in presenza di manifestazioni dolorose alla spalla si tende ad attribuirne frettolosamente la causa a uno stiramento o a una lussazione ma, più spesso di quanto si pensi, può trattarsi proprio di periartrite.

Quali tessuti e zone del corpo può interessare?

Tale malattia degenerativa interessa i tendini, i tessuti connettivi e le borse sierose che rivestono le articolazioni e può colpire la zona scapolo-omerale e l’anca. Nelle forme più lievi, la periartrite si presenta con dolori che si acuiscono soprattutto di notte, ma può degenerare in stati più seri, fino a cronicizzarsi e impedire del tutto il movimento della zona interessata.

Periartrite: esame radiografico alla spalla

Esame radiografico della zona scapolo-omerale

Come si diagnostica?

La diagnosi dello stato infiammatorio deve essere precisa e tempestiva, al fine di individuare il metodo di cura migliore e dirimente. Per uno screening accurato, in presenza di periartrite, solitamente viene effettuata la risonanza magnetica e, in casi specifici, l’artroscopia. Quest’ultimo è un esame diagnostico più invasivo che viene effettuato in anestesia locale o totale, può richiedere un breve ricovero (massimo di 3 giorni) e consiste nell’inserimento in loco di una piccola sonda di fibra ottica munita di microcamera.

La Periartrite si può curare?

Dopo un’accurata diagnosi della patologia, lo specialista può prescrivere una terapia farmacologica, a base di analgesici e antinfiammatori non steroidei, per alleviare i dolori e contrastare l’infiammazione. A tale terapia, se non sufficiente, possono seguire delle iniezioni di corticosteroidi o di acido ialuronico, abbinati a delle sessioni riabilitative effettuate presso un fisiatra. Oltre alle sedute di manipolazione possono effettuarsi anche trattamenti strumentali, come la Magnetoterapia C.E.M.P. (Campi ElettroMagnetici Pulsati).

Come accennato in precedenza, nell’esaminare come si cura la periartrite scapolo-omerale, non vanno trascurate le tecniche che utilizzano magnetoterapia, ultrasuoni, ionoforesi e laser. Queste terapie mirano a ridurre lo stato doloroso al fine di facilitare una successiva procedura di riabilitazione, che può durare fino a sei mesi. Per alleviare le manifestazioni di dolore più acute, gli esperti raccomandano di utilizzare del ghiaccio, da applicare sulla parte interessata.

Nei casi più gravi, ossia quando l’infiammazione ha lesionato i tendini della cuffia dei rotatori della spalla, può essere necessario un intervento chirurgico, finalizzato a riportare il lembo tendineo nella sua sede originaria. Per far questo, vengono applicate delle piccole ancorette tramite intervento laparoscopico che richiede un ricovero di almeno due giorni e che ha dei tempi di recupero variabili da paziente a paziente ma, generalmente, molto rapidi.

Esistono rimedi naturali per la Periartrite?

Nei casi in cui l’esito diagnostico non evidenzi una eccessiva gravità, vi sono anche degli efficaci rimedi naturali contro la periartrite a base di vite canadese, artiglio del diavolo e uncaria, che possono tornare utili: tutte piante con potenti proprietà antinfiammatorie che si possono assumere sotto forma di integratori o di tisana. Inoltre, esistono dei preparati di erboristeria, da applicare sulla parte dolorante, a base di arnica, “ferrum phosphoricum” e “rhus toxicodendron”.

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Contusione: Cosa fare

Che cos’è una contusione

La contusione è il risultato di un evento traumatico che non comporta lacerazione cutanea, ma solamente un travaso di sangue fra tessuti. Si verifica allorquando la lesione comprime i tessuti molli, specialmente laddove essi siano presenti in misura minore e vi sia un osso vicino all’epidermide.
Molto spesso la contusione provoca anche la comparsa di un ematoma, un ristagno di sangue di non elevate dimensioni, che a sua volta può essere sottocutaneo o trovarsi fra due muscoli.
L’ematoma solitamente tende ad essere riassorbito senza ulteriori complicazioni, ma nel caso in cui esso abbia dimensioni molto elevate, può rendersi necessario un intervento chirurgico per evitare che esso possa scatenare infezioni e complicazioni.

Contusione

Tipologie di contusione

Esistono diverse tipologie di contusioni, in base alle zone colpite ma anche alla loro gravità:

  • le contusioni di I grado comportano la formazione di ecchimosi
  • quelle di II grado invece portano alla creazione di un ematoma
  • infine quelle di III grado che includono la necrosi cutanea e successivamente la formazione di una piaga.

 

Le contusioni si distinguono anche in base al tessuto coinvolto e possono riguardare la cute, i muscoli, i tendini e le ossa.

  • Contusione cutanea: riguarda la cute e può prevedere o meno lesioni e lacerazioni.
  • Contusione muscolare: riguarda il muscolo, con presenza di ematoma e edema. Nei casi più gravi si arriva a lesioni o strappi muscolari.
  • Contusione tendinea: riguarda la guaina sinoviale, più sensibile a traumi rispetto al tendine stesso, che è formato da un tessuto resistente.
  • Contusioni ossee: quando il trauma coinvolge il periostio, la membrana che avvolge l’osso, si parla di contusione ossea, che tra i vari tipi di contusione risulta essere la più dolorosa.

 

Le contusioni si verificano quando vi è un contatto violento fra il corpo e un oggetto esterno; possono colpire chiunque e sono frequenti soprattutto durante lo svolgimento dell’attività sportiva.
Non a caso buona parte delle contusioni interessa zone del corpo particolarmente esposte a traumi sportivi, come ad esempio il ginocchio, il piede e la caviglia.
Un risultato abbastanza simile alla contusione si ha in presenza della distorsione muscolare, una lesione che si configura laddove il muscolo sia costretto ad un movimento non naturale, e che porta alla formazione di ecchimosi e di ematomi.
Altri eventi traumatici che portano allo sviluppo di ematomi più o meno importanti sono la lussazione, vale a dire lo spostamento permanenti delle articolazioni in seguito ad un forte urto, e la frattura, cioè la rottura di un osso.

Come si manifesta e quali sono le conseguenze di una contusione?

I sintomi della contusione sono soprattutto dolore localizzato al tatto e gonfiore.

Le conseguenze dirette di una contusione possono essere di quattro tipi:

  • ecchimosi: coinvolge piccoli capillari, senza danno superficiale;
  • ematoma: sono coinvolti vasi sanguigni più grandi con conseguente versamento ematico, che può essere più o meno circoscritto;
  • abrasione: sono presenti piccole lesioni superficiali dell’epidermide;
  • escoriazione: si ha un coinvolgimento degli strati più profondi dell’epidermide, con eventuale presenza di lievi lesioni vascolari.

Cosa fare in caso di contusione?

A seconda del grado della contusione si possono distinguere diversi rimedi.
Le ecchimosi non richiedono uno specifico trattamento, dal momento che tendono ad essere riassorbite senza complicazioni nel giro di 24 ore circa. Se lo si ritiene, si potrà tutt’al più applicare localmente un impacco d’acqua calda. Quando si assiste invece alla comparsa di un ematoma, è buona regola applicare una fasciatura sterile e del ghiaccio. Passate le 24 ore dal trauma il ghiaccio non è più utile, anzi risulta dannoso perché rallenta la guarigione. È utile in caso di contusione l’utilizzo di magnetoterapia, o di tecarterapia, per velocizzare i processi riparativi.
La pomata per ematomi è utile per curare il fenomeno di ridotte dimensioni; qualora invece esso sembri assumere dimensioni importanti, è sempre necessario consultare il medico, che può decidere se ricorrere ad uno svuotamento per via chirurgica.
La stessa regola deve essere seguita in caso di contusioni di III grado con necrosi cutanea.

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Epitrocleite: Cura del gomito del golfista

Cos’è l’epitrocleite

L’Epitrocleite è una forma infiammatoria che colpisce soprattutto chi pratica il golf, per questo è anche nota come gomito del golfista. L’epitrocleite non è una semplice infiammazione, ma può portare ad altre conseguenze strutturali. È simile all’epicondilite (gomito del tennista), ma si manifesta più raramente. In entrambi i casi si parla più correttamente di tendinosi.

L’epitrocleite è una sindrome, di cui il dolore rappresenta uno degli aspetti. Un altro elemento distintivo è la modificazione della struttura dei tendini (degenerazione angiofibroblastica) caratterizzata dalla progressiva trasmutazione delle fibre tendinee in un tessuto fibroso maggiormente vascolarizzato.

Epitrocleite e magnetoterapia

Sintomatologia dell’epitrocleite

Il sintomo che si mostra con più frequenza è il dolore al gomito, localizzato in corrispondenza dell’epitroclea (osso del gomito) e che coinvolge i muscoli dell’avambraccio, fino alla mano. In genere è proprio il dolore che spinge a richiedere una consulenza medica. Esso diventa più forte con l’esecuzione del movimento. La rigidità dell’articolazione e la perdita di forza dell’arto interessato sono altri possibili sintomi dell’epitrocleite, insieme a parestesia e formicolio. L’incidenza di questa sindrome è maggiore negli gli uomini rispetto alle donne e si presenta nella fascia di età che va dai 35 ai 50 anni.

La storia clinica dei pazienti affetti da epitrocleite evidenzia la pregressa insorgenza di epicondilite, tenosinovite (dito a scatto), sindrome del tunnel carpale, rotture dei tendini e patologie della cuffia dei rotatori.

La diagnosi è di tipo clinico, ma radiografia, ecografia e risonanza magnetica sono utilizzate per averne conferma e anche per evidenziare o escludere la presenza di altre patologie. La manovra utile nella diagnosi differenziale è la manovra di Thompson.

L’evoluzione della patologia è caratterizzata da tre fasi o stadi.
Stadio I : È una fase iniziale che si presenta con la sola infiammazione del tendine, senza conseguenze degenerative.
Stadio II : È una fase intermedia, che vede un’iniziale degenerazione tendinea e che può andare verso la guarigione o verso uno stato di cronicizzazione.
Stadio III : È lo stadio in cui la patologia non è reversibile e non risponde alle cure e nel quale è spesso richiesto l’intervento chirurgico.

Trattamento e cura

Se l’epitrocleite si trova nel primo o secondo stadio è trattata con riposo, terapia antinfiammatoria, uso di un tutore (del tutto simile al tutore per epicondilite), crioterapia, fisioterapie strumentali come la magnetoterapia.

Se la patologia regredisce si procede con un periodo di riabilitazione, per recuperare la funzionalità muscolare. Se invece non c’è una soddisfacente risposta a questi trattamenti si può intervenire con un breve ciclo di infiltrazioni locali di cortisone.

Nei casi in cui i sintomi dolorosi persistano si può pensare di ricorrere alla chirurgia artroscopica, seguita da un periodo di immobilizzazione e, in seguito, da una progressiva riabilitazione. Se il paziente è uno sportivo la riabilitazione sarà mirata e tenderà a consentire la corretta ripresa del gesto atletico.

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Artrite: Sintomi e Cure

Artrite: cos’è?

L’artrite è una malattia infiammatoria che colpisce le articolazioni; finora ne sono state classificate 100 tipologie. L’artrite costituisce oggi un grosso problema di salute pubblica, in quanto, essendo una malattia cronica e di difficile risoluzione, ha una elevata incidenza nella popolazione e un notevole costo per il servizio sanitario.

Quali sono i sintomi dell’artrite?

I sintomi più comuni dell’artrite sono dolore, infiammazione, rigidità, calore, arrossamento, perdita di funzionalità. Altri sintomi coinvolgono la sfera psicologica (depressione, stress, rabbia, ansia) e sociale (isolamento, difficoltà relazionali e sessuali). Le cause dell’artrite possono essere le più diverse: da quelle metaboliche alle infettive, ma anche autoimmuni o idiopatiche.

Le cause e le varie tipologie di artrite

Le tipologie di artrite più comuni e più studiate sono l’artrite reumatoide (autoimmune), l’osteoartrite (tipica dell’età geriatrica), la gotta, la fibromialgia e il lupus eritematoso sistemico.

Sono in corso numerosi studi in tutto il mondo per definire le cause genetiche o ambientali dell’artrite: finora, i risultati indicano chiaramente che si tratta di una malattia complessa, con fattori di rischio che sono sia genetici, sia ambientali (stile di vita, dieta, attività fisica, etnia). Esistono anche fattori di genere: ad esempio, le donne sono più propense a sviluppare fibromialgia e artrite reumatoide.

Per quanto riguarda i fattori ambientali, la prevenzione e la diagnosi precoce hanno particolare importanza nell’impedire lo sviluppo delle complicanze della malattia o nel ritardarne gli effetti più gravi.

Cosa fare contro l’artrite?

Attualmente, sono le artriti infettive possono essere curate, eliminando il patogeno che ne è la causa. Tutte le altre tipologie di artrite non hanno trattamento risolutivo, ma solo palliativo, volto a ridurre il dolore e le disabilità. Il riposo e un certo grado di attività fisica possono essere molto efficaci, riducendo la tendenza del soggetto alla sedentarietà e quindi a sviluppare malattie secondarie (diabete, problemi cardiovascolari, obesità). Esistono regimi dietetici adeguati a risolvere certe tipologie di artrite, come la gotta; i farmaci servono solo ad alleviare i sintomi più invalidanti, data la natura cronica della malattia, e possono essere assunti anche tramite ionoforesi. Può essere consigliabile anche la magnetoterapia, per via delle proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche.

In molti pazienti, le articolazioni colpite possono essere sensibili al freddo o al caldo, la cui sensazione può alleviare il dolore e l’infiammazione.

In generale, vengono impiegati presidi ortopedici che migliorino la motilità dell’articolazione e prevengano cedimenti e quindi cadute; anche in casa, sono utili sostegni nei luoghi più critici.

Solamente nei casi molto gravi si ricorre alla chirurgia per sostituire con una protesi l’articolazione compromessa.

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Cefalea Muscolo Tensiva: Cause e Rimedi

Cefalea Muscolo Tensiva: ovvero il comune e fastidioso mal di testa

La cefalea muscolo tensiva, comunemente detta mal di testa, rappresenta un sintomo doloroso molto comune, non una malattia, riconducibile a molteplici fattori, spesso ancora sconosciuti ed ipotizzati, ed a patologie sia generali che specifiche a carico delle strutture anatomiche del capo.

Cafalea Muscolo Tensiva

Possibili cause e principali manifestazioni

Può essere associata a contrazioni muscolari del collo, del viso e del cuoio capelluto, ma anche ad una malattia che colpisce alcune parti della testa, come il naso, gli occhi, le orecchio o i seni paranasali; oppure può essere causata da disturbi emotivi, da stati di tensione e di stress intensi, dalla depressione, dalla postura errata, da posizioni scorrette e dal vizio di serrare le mascelle.

La cefalea muscolo tensiva colpisce maggiormente il sesso femminile di età compresa tra i quaranta ed i cinquanta anni. Si manifesta con un dolore molto intenso e sordo, con la sensazione di una pressione su tutta la testa e più frequentemente nella zona bitemporale oppure con un senso di stiramento a carico della fronte, dei lati e del retro della testa, con dolenza del cuoio capelluto e, qualche volta anche con inappetenza.

Si parla di cefalea muscolo tensiva episodica se i sintomi si manifestano meno di una quindicina di giorni al mese, mentre si definisce cronica quando durano più di quindici giorni e si rivelano per almeno tre mesi consecutivi. A seconda dell’intesità del dolore si classifica in mal di testa moderatamente intenso o mediamente intenso. Può essere utile un trattamento tens.

Altre tipologie di Cefalea

Tra i diversi tipi di cefalea vanno rammentati la cefalea a grappolo, l’emicrania e la cervicale.

Cefalea a grappolo

La cefalea a grappolo si manifesta, generalmente, da un solo lato della testa nella zona medio-orbitale e/o nelle zone vicine della faccia e del capo oppure in quelle occipitale. Colpisce il sesso maschile e, soprattutto, dopo i 35 anni.

Si manifesta con un dolore intenso, lancinante e spesso insopportabile. Ha una ricorrenza improvvisa, sia di giorno che di notte, ed è stagionale. La sua durata è inferiore ai venti minuti e gli attacchi possono essere più di uno durante l’arco della giornata fino a due-quattro volte a settimana. Nella maggior parte dei casi, la cefalea a grappolo peggiora in posizione orizzontale e per l’assunzione eccessiva di alcolici. I suoi sintomi, oltre al dolore, sono la congestione nasale, la nausea, l’iniezione congiuntivale e qualche volta anche la febbre.

cefalea tensiva e cervello

Emicrania

L’emicrania rappresenta una particolare forma di cefalea, dal carattere familiare, che si manifesta con un forte mal di testa che colpisce un solo lato della testa. Le cause che la scatenano sono, quasi sempre, lo stress, la fatica, i problemi sia circolatori che ossei, gli stati emozionali ed il periodo premestruale.

Colpisce prevalentemente il sesso femminile, in particolare fra la pubertà e la menopausa. Origina un dolore, inizialmente pulsante che può trasformarsi in fisso, a metà della testa nella zona temporale, occipitale ed oculare. Appare sia in modo graduale che brusco al mattino presto, molto spesso durante il fine settimana ed ha una durata piuttosto lunga. I sintomi associati a questo tipo di cefalea sono il malessere, la nausea, disturbi alla vista, depressione, l’irritabilità, dolore a livello del cuoio capelluto e fotofobia.

Cervicalgia

La cervicalgia, più comunemente e scorrettamente conosciuta come cervicale, che è invece una parte anatomica, è un disturbo muscolo-scheletrico che causa dolori alle vertebre cervicali, torcicollo, tensione muscolare, cefalea, vertigini, disturbi sia delle vista che dell’udito, formicolii alle mani e delle braccia, eccetera.

E’ causata da posture errate, da contratture muscolari, da traumi , da ernia ed artrosi cervicale, da stress, da lavori pesanti, da problematiche dentali e quant’altro. Per alleviare i disturbi della cefalea muscolo tensiva sarà necessario tenere sotto controllo lo stress, sottoporsi a massaggi, a sedute di agopuntura e di riabilitazione con la finalità di ridurre la tensione muscolare. Inoltre, fondamentale sarà migliorare la postura ed abolire le posizioni scorrette, ed adottare una terapia farmacologica, su consiglio del medico, finalizzata a diminuire sia la frequenza degli attacchi che la loro intensità oltre che a prevenirli.

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Lombalgia acuta o cronica: sintomi e rimedi

Lombalgia: Quanto è comune il mal di schiena?

Che cosa è la Lombalgia

Si parla di Lombalgia quando si verifica un forte dolore nella regione lombare, da cui il nome, più comunemente chiamato mal di schiena.

Il mal di schiena è molto comune sia negli uomini che nelle donne. Dalle statistiche risulta che 4 su 5 persone in età adulta hanno sofferto più di una volta di Lombalgia nel corso della loro vita.
A causa dell’obesità, limitata attività fisica e sedentarietà il numero dei sofferenti di questo disturbo è destinato a salire drasticamente.

Se tempo fa si associava il mal di schiena ai reumatismi, oggigiorno la lombalgia viene vista in maniera totalmente differente. Per questo motivo necessita di approfondimenti diagnostici per conoscerne le possibili cause.

Quali sono le cause

I motivi dell’insorgere della Lombalgia sono diversi. Le principali cause sono distorsioni, stiramenti e strappi muscolari dovuti a contusioni o movimenti eseguiti in modo brusco e scorretto, postura sbagliata.

Un’altra causa può essere il sollevamento di oggetti pesanti eseguito in modo errato e improvviso facendo peso sulla schiena piuttosto che sulle gambe.

 

Come intervenire per curare la Lombalgia

La Lombalgia causata da strappi e lesioni leggere del muscolo lombare regredisce spontaneamente in pochi giorni. Le cellule muscolari riparano autonomamente il danno facendo scomparire il dolore, ma può essere d’aiuto per accelerare il processo, l’utilizzo della magnetoterapia, la quale interviene sull’infiammazione e sul rilassamento muscolare.

Una elettroterapia come la TENS interviene direttamente sull’algia, non agendo sulle cause, ma senz’altro alleviando le pene. In caso di lesioni gravi può essere necessario l’utilizzo di appositi farmaci analgesici che devono essere prescritti dal medico, la cui assunzione potrà avvenire per via orale, intramuscolare o tramite microcorrenti continue (galvaniche), che veicolano la trasmissione del farmaco, quali la ionoforesi.

In alcuni casi può essere utile un trattamento termico a base di impacchi caldi o massaggi effettuati da personale competente per evitare danni peggiori.

Se il dolore persiste o aumenta dopo qualche giorno è bene consultare il proprio medico curante che valuterà la situazione e deciderà se effettuare esami diagnostici specifici per controllare che la lombalgia non sia dovuta a cause più gravi quali l’ernia del disco, malformazione o deformazione della colonna vertebrale, artrite.

Una volta trovata la causa primaria del disturbo alla zona lombare della schiena si opterà per la cura migliore. In assenza di segni radicolari si può prescrivere la terapia con laser.

Nei casi più gravi sarà necessario l’intervento chirurgico, ma la maggior parte delle volte è sufficiente effettuare alcune sedute di fisioterapia e correzione della postura oltre ad una scelta adeguata delle calzature, che non devono avere tacchi troppo alti per quanto riguarda le donne, e devono fornire il giusto sostegno, mantenendo la colonna vertebrale in posizione corretta.

Chi per lavoro o per abitudine resta per molto tempo seduto, dovrà fare attenzione alla posizione tenuta e alzarsi spesso per evitare blocchi muscolari.

 

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Nevralgia: la nevralgia del trigemino e del nervo sciatico

Nevralgia: Cosa è e come si manifesta

Il termine “nevralgia” deriva dal greco e nasce dalla fusione di due termini: neyron e algos quindi letteralmente significa “dolore del nervo“, la cui causa è da riferire o ad un trauma o ad un processo infiammatorio. Il dolore non è causato da una patologia del nervo stesso ma piuttosto da un’azione irritativa che si manifesta lungo il suo percorso.

Il dolore può essere lancinante e di brevissima durata, definito stilettata, oppure intenso e intermittente o continuo; la sintomatologia può essere caratterizzata oltre che dal dolore anche da una contrattura muscolare che impedisce il regolare movimento di una persona (nevralgia da nervo sciatico).

Cause della Nevralgia

Le cause della nevralgia possono essere molteplici: trauma, movimento scorretto, cambi repentini della condizioni climatiche. La farmacologia prevede l’assunzione di antinevralgici e di antinfiammatori; nel caso della sciatica sono molto efficaci anche i massaggi terapeutici e lo stretching. Indossare un corsetto ortopedico aiuta a mantenere la corretta postura e a muoversi senza compromettere ulteriormente il nervo.

Nevralgia del Trigemino

Oltre alla nevralgia da nervo sciatico, la forma più diffusa è quella del trigemino. Da un sondaggio condotto negli Stati Uniti è emerso che questa patologia colpisce 10 000 persone ogni anno ma il numero è in costante aumento.

Il trigemino è un nervo formato da tre branche, quella oftalmica che si dirama nella zona oculare, quelle mascellare e mandibolare che interessano rispettivamente la zona della mascella e quella della mandibola. La nevralgia del trigemino è bilaterale solo nel 5% dei casi, generalmente colpisce un solo lato. Causa dolore molto intenso ma di breve durata, da pochi secondi a qualche minuto; solo raramente si avverte un dolore costante di fondo, gli episodi dolorosi però si possono ripetere più volte nell’arco della giornata.

Non si conoscono delle cause scatenanti ben precise e, al contempo, queste possono essere svariate: la masticazione, il parlare, l’esposizione al freddo, il tocco della parte compromessa.

Sono noti gli effetti benefici dell’uso della magneto terapia nel trattamento delle nevralgie e in particolare di quella del trigemino.

Altre possibili Cause e Rimedi

Altre volte la nevralgia può insorgere in seguito a tumore, sclerosi multipla, traumi post operatori e non. All’insorgere degli episodi dolorosi è consigliabile rivolgersi al medico e cercare di stabilire le possibili cause in modo da adottare delle azioni preventive e successivamente intraprendere la terapia medica prescritta. Ad esempio può essere utile evitare di esporsi al freddo, di masticare o di toccare la parte della faccia compromessa.

La medicina tradizionale si basa su una terapia con farmaci come la Carbamazepina o il Baclofene, la cui azione mira a ridurre la sensibilità del nervo e quindi all’attenuazione del dolore. Alcuni farmaci sono somministrabili localmente anche tramite ionoforesi, con conseguente minore carico a livello gastrico ed epatico. Anche i rimedi erboristici e fitoterapici sono un valido aiuto nella cura della nevralgia, vengono utilizzati allo scopo l’erba di San Giovanni, il corniolo la verbenia o la camomilla.

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Pseudoartrosi: Questi i Sintomi, le Cause e i Trattamenti

Pseudoartrosi: Sintomi, Cause e Trattamenti

Con il nome pseudoartrosi si indica una condizione causata dal mancato consolidamento di una frattura di due ossa opposte in un’articolazione. In genere, si verifica a circa 6 mesi dall’evento traumatico e risulta quindi una complicazione tardiva del decorso clinico, causata dall’interruzione del processo di guarigione e di saldatura della frattura.

In questo caso, le due estremità delle ossa opposte vengono spostate e non si saldano a formare un callo osseo, ma nello spazio risultante si fissa una formazione di callo fibroso oppure un pezzo di tessuto che funge da cuscinetto. Il risultato non è un’articolazione vera e propria (a causa dell’assenza di supporti ligamentosi), ma una pseudo articolazione. In ogni caso, presenta un certo gradi di mobilità e presenta una forma arrotondata.

Cause della Pseudoartrosi

Le cause e le condizioni che influenzano negativamente il corso di guarigione della frattura sono diverse e di differente origine. Le principali sono:

  • Cause riguardanti le condizioni del paziente
  • Cause riguardanti la frattura
  • Cause riguardanti il trattamento

 

Cause riguardanti le condizioni del paziente

  • età: le pseudoartrosi sono più frequenti negli anziani
  • scarso stato di nutrizione (una dieta sana è fondamentale per apportare le proteine, le vitamine C e D ed il calcio necessari per la guarigione della frattura)
  • fumo ed alcool
  • iperparatiroidismo
  • diabete
  • anemia
  • l’assunzione di analgesici (tra cui i FANS ed i corticosteroidi)

Cause riguardanti la frattura

  • infezioni
  • distrazione al focolaio di frattura
  • danno ai muscoli circostanti la frattura
  • interposizione di tessuti molli
  • ridotta perfusione tissutale
  • perdita di midollo osseo nel focolaio di frattura

Cause riguardanti il trattamento

  • immobilizzazione insufficiente
  • riduzione impropria
  • l’applicazione impropria dei dispositivi di fissazione

 

I Sintomi

I sintomi della pseudoartrosi sono principalmente la persistenza del dolore anche molti mesi dopo l’evento traumatico. Il dolore può essere costante, oppure può manifestarsi solo in condizioni di movimento o di carico. In genere, sono sufficienti le radiografie nelle opportune proiezioni per effettuare una corretta diagnosi, ma, per pianificare interventi complessi per il trattamento e la cura della pseudoartrosi, possono essere effettuate una risonanza magnetica oppure una tomografia computerizzata.

Trattamenti della Pseudoartrosi

I trattamenti della pseudoartrosi possono essere chirurgici, non chirurgici, oppure un’associazione di entrambi. I trattamenti non chirurgici prevedono l’impiego di mezzi fisici, tra cui quelli maggiormente efficaci sono le onde d’urto, gli ultrasuoni ed i CEMP (campi elettromagnetici pulsati a bassa frequenza). In entrambi i metodi le apparecchiature per la stimolazione dell’osteogenesi devono essere applicate sulla superficie cutanea, in modo da riattivare il corso naturale di guarigione della frattura.

Gli interventi chirurgici sono necessari quando gli altri metodi falliscono o quando si deve effettuare subito un intervento. Le tecniche possono essere effettuate da sole oppure combinando più interventi.

Le procedure di riduzione ed osteosintesi prevedono la rimozione del tessuto osseo sclerotico sui monconi e la fissazione interna (utilizzando una placca d’acciaio fissata con viti oppure con chiodi endomidollari) o la fissazione esterna (ancorando i capi di frattura all’osso sano, senza l’utilizzo di corpi estranei) della pseudoartrosi. È anche possibile associare a queste tecniche l’uso di innesti ossei, prelevati dal perone o dalla cresta iliaca dello stesso soggetto (innesto autologo) oppure da un altro donatore (innesto omologo).

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Mal di schiena: cause e rimedi – ecco cosa fare

Il Mal di Schiena: cause comuni e cause meno comuni

Chiamato anche lombalgia o dorsopatia, il mal di schiena è uno dei disturbi che colpisce sempre più una elevata porzione di popolazione. Spesso questo sintomo è legato a dei piccoli disturbi che vanno ad incidere sulla corretta posizione della colonna vertebrale. Questa posizione è soggetta a modificazioni date dalla postura, o a causa di una corporatura possente o ad un carico persistente abbastanza pesante, ma anche dall’assottigliamento dei dischi che sono presenti per separare le vertebre che compongono la colonna vertebrale.

Il Mal di Schiena nei Processi Degenerativi

Il dolore proviene quindi, a volte, da alcuni processi degenerativi come la condrosi che coinvolge i dischi, e la osteocondrosi vertebrale, un processo di alterazione legato alla fase dello sviluppo. Per i problemi che sono legati alla presenza di ernia del disco – che compare quando il nucleo interno dell’anello prolassa e l’ernia si genera creando dei forti dolori – si può ricorrere alla chirurgia per togliere la protuberanza formata.  Il processo non è però definitivo in quanto, trattandosi di modificazioni che il corpo genera per smorzare effetti negativi sulla colonna vertebrale, potrebbe sempre riformarsi.

A livello sintomatico la soluzione viene ritrovata nell’ozonoterapia, che abbrevia notevolmente i tempi di ripresa però, contrariamente alle operazioni chirurgiche, non elimina il problema ma ne smorza i sintomi. Sostituendo il cortisone con l’ozono e iniettandolo nell’articolazione, dopo tre sedute gli effetti iniziano a farsi notare e il paziente ne ricava un immediato sollievo.

Mal di Schiena e Scoliosi

Altri dolori alla schiena sono causati dalla scoliosi. La patologia causa un elevato carico sui muscoli dorsali creando irreversibilmente un danno alla colonna. Per poter attenuare la curvatura laterale e la rotazione della colonna vertebrale, la fisioterapia è un ottima alleata.

Degli esercizi mirati permettono alla colonna di riprendere in parte la giusta posizione e la corretta funzionalità. I tempi sono gli unici nemici in quanto, avendo dei tempi di “guarigione” elevati, la fisioterapia deve essere costante e può richiedere anche dei trattamenti di molti mesi. Può essere coadiuvata da terapie con gli ultrasuoni.

Mal di Schiena e Osteoporosi

L’osteoporosi è una caratteristica che si manifesta ad un età più avanzata e si manifesta con doloranti crampi e dolori che si propagano dal collo agli arti inferiori. Il dolore provocato da questa patologia può essere alleviato con l’assunzione di calcio o medicine che permettono alle ossa di potersi rafforzare e di prevenire dolori che altrimenti si propagherebbero lungo la colonna vertebrale.

La densitometria ossea (BMD) consente di individuare la presenza di osteoporosi e di ridotta massa ossea. Altri esami diagnostici sono individuabili con il DXA, esame che con raggi x a bassa energia permettono di individuare a che livello di osteoporosi si è esposti e e quindi combattere l’insufficienza con l’assunzione di calcio.

Il Mal di Schiena più comune

Quasi nel 99% dei casi il mal di schiena è dovuto alla postura scorretta e al sovrappeso, e può presentarsi associato a forte mal di testa. In caso del genere la soluzione è naturale in quanto, perdendo peso o correggendo con della palestra gli errori di postura è possibile eliminare completamente i dolori provocati.

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Sinovite: ginocchio, anca e caviglia i più coinvolti

Sinovite – Ecco come si presenta e cosa fare

Che cosa è la Sinovite

Con i termine sinovite si indica l’infiammazione della membrana sinoviale, ovvero della membrana connettivale che avvolge la capsula articolare e parte dell’articolazione; l’infiammazione può diffondersi coinvolgendo il tendine e la cartilagine. In seguito all’infiammazione la membrana sinoviale aumenta la produzione di liquido sinoviale, con conseguente gonfiore della zona, dolore e difficoltà di movimento.

 

Tipologie e Possibili Cause

Le cause della sinovite possono essere diverse: traumi, infezioni, intossicazioni e allergie. La sinovite causata da un trauma, lieve o violento, è detta acuta; se invece è il risultato di malattie croniche come neoplasie, artrite reumatoide, lupus, gotta o infezioni batteriche sistemiche è definita cronica.

La sinovite si presenta con gonfiore dell’articolazione, versamento sieroso locale, edema, ecchimosi, in corrispondenza dell’articolazione colpita dal processo infiammatorio (frequentemente anca, spalla e ginocchio). L’articolazione colpita si presenta calda e gonfia; la cronicizzazione della malattia può coinvolgere anche l’osso e la cute, con fenomeni di degenerazione e noduli infiammatori.

 

Percorso Diagnostico

La diagnosi di sinovite parte con l’anamnesi del paziente da parte del medico: segue un esame clinico dettagliato e approfondito per apprezzare i sintomi propri della patologia; l’artroscopia, la risonanza magnetica nucleare e la radiografia consentono di diagnosticare senza margini di errore la sinovite.

In caso di sospetto di malattie autoimmuni o infezioni batteriche, si può eseguire l’agoaspirato del liquido sinoviale, attraverso un sottile ago che preleva il liquido dall’articolazione. L’analisi del liquido sinoviale è un esame semplice e di basso costo che tuttavia permette di discriminare la natura primitiva dell’infiammazione, attraverso esami di laboratorio quali la conta leucocitaria, la coltura batterica, la ricerca di cristalli di acido urico.

Anche il colore e l’aspetto del liquido indirizzano il medico verso la diagnosi: un liquido sinoviale torbido e di colore giallastro, ad esempio, indica la presenza di pus e quindi un’infezione batterica in corso.

 

Trattamento della Sinovite

Oltre al trattamento della causa primaria della sinovite, per alleviare temporaneamente il dolore e ridurre il gonfiore sono utili impacchi freddi, bendaggi elastici poco compressivi, farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), ionoforesi, laserterapia e, sicuramente, il riposo.

Se la condizione persiste o la sinovite è particolarmente grave, si ricorre allo svuotamento chirurgico del liquido sinoviale (artrocentesi), assieme al trattamento antibiotico e antinfiammatorio. La rimozione totale della membrana sinoviale (sinoviectomia parziale o completa) è indicata nelle sinoviti refrattarie alla terapia sistemica e permette la rigenerazione totale della membrana, dopo aver rimosso le parti infiammate o degenerate.

Il recupero della mobilità dell’articolazione si ottiene in pochi mesi, grazie alle stampelle e alla fisioterapia.

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Sindrome del Tunnel Carpale: Sintomi e Rimedi

Sindrome del tunnel carpale - Possibili cause e rimedi

La sindrome del tunnel carpale è un disturbo del polso che si manifesta con intorpidimento, dolore e formicolio della mano e delle dita. La sindrome del tunnel carpale è, oggi, un disturbo molto comune che colpisce soprattutto le donne, ed i cui sintomi diventano sempre più evidenti durante la notte.

Cosa è il tunnel carpale?

Con il termine tunnel carpale i medici sono soliti indicare una struttura osteo-legamentosa, a forma di arco. Il tunnel, situato tra la parte interna del polso ed il palmo della mano, crea un collegamento tra nove tendini ed il nervo mediano, responsabile della capacità motoria e sensitiva della mano.

Chi è più esposto al disturbo

Studi scientifici hanno dimostrato come chiunque possa essere colpito dal disturbo del tunnel carpale. La pratica, però, insegna che la sindrome del tunnel carpale colpisce le donne tra i 45 ed i 60 anni, con maggiore facilità rispetto agli uomini.

Cause della sindrome del tunnel carpale

Il disturbo insorge tutte le volte in cui il nervo mediano viene schiacciato dai tessuti circostanti. In tale condizione il nervo mediano subisce una lesione e si determina quella situazione che i medici indicano con il termine compressione nervosa. Quando questo accade a livello del tunnel carpale, il nervo mediano, e quindi la mano intera, perde la sua capacità sensitiva e motoria.

Non esiste un’unica causa della sindrome del tunnel carpale, più che altro è possibile parlare della compresenza di più fattori. Studi scientifici, infatti, hanno dimostrato come l’ereditarietà di questo disturbo sia molto ricorrente. Altri individuano nel diabete, artrite reumatoide, obesità, gotta, insufficienza renale, le cause scatenanti del disturbo del tunnel carpale.

Anche la ritenzione idrica, comune nelle ultime settimane di gravidanza, può determinare il verificarsi di tale disturbo. Da non sottovalutare, infine, i traumi e le fratture del polso che modificano la struttura anatomica del tunnel carpale.

Tra le cause scatenanti della sindrome del tunnel carpale, purtroppo, anche le attività manuali ripetitive, che talvolta potrebbero causare piccoli microtraumi e la compressione del nervo mediano.
Da moderare, allora, l’uso del computer, i lavori di ricamo femminili, la pratica del suonare strumenti musicali.

Rimedi al disturbo

Se diagnosticato in tempo, è possibile ovviare al problema tramite specifiche infiltrazioni di cortisone e con l’ausilio di tutori. L’uso della laserterapia torna utile per agire contro dolore e infiammazione. Si può intervenire sul dolore attraverso applicazioni di TENS, mentre agisce primariamente sull’infiammazione e secondariamente sul dolore l’applicazione di ultrasuoni. Naturalmente sarà lo specialista a valutare quale trattamento sarà quello più efficace nel caso specifico.

Quando il dolore è eccessivo, invece, l’intervento chirurgico risulta essere inevitabile. In seguito all’intervento, in genere, il dolore cessa immediatamente. Purtroppo, però, le parestesie possono durare, a volte, qualche altra settimana.

 

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Tendinite: come curare l’infiammazione del tendine

Tendinite – Quali sono i sintomi e cosa fare

La tendinite è l’infiammazione del tendine, un tessuto connettivo composto da fibre di collagene che ha la funzione di fissare l’estremità del muscolo all’osso. In realtà parlare di infiammazione dei tendini è fuorviante, in quanto il tendine non è una struttura vascolarizzata e quindi non è soggetta a fenomeni di vascolarizzazione; si parla dunque di peritendinite, cioè di infiammazione del peritenonio, la guaina connettivale che avvolge la struttura.

Cause

Nonostante i tendini siano strutture molto resistenti, soprattutto quelli sottoposti a grossi sforzi come il tendine d’Achille, non è raro assistere a patologie tendinee in uno degli oltre 250 tendini presenti nel corpo umano. La sollecitazione del tendine oltre i suoi limiti comporta la lesione delle fibre che lo compongono; normalmente le fibre vengono riparate, ma quelle nuove che si formano sono meno resistenti e organizzate di quelle originarie. Un tendine che ha subito processi di rigenerazione, quindi, non sopporta lo stesso carico di un tendine che non è mai stato danneggiato.

Nel 98% dei casi la tendinite è causata dall’affaticamento, cioè dalla somma di microtraumi che si verificano quotidianamente, nell’attività sportiva o lavorativa. Anche scarpe inadeguate, corsa su terreno irregolare, iniezioni di glucocorticoidi e posture scorrette possono determinare l’insorgenza di tendinopatie.

Sintomi della Tendinite

La sintomatologia della tendinite è caratterizzata da dolore localizzato nella sede della lesione, che aumenta alla palpazione e diminuisce con il riposo; anche i muscoli circostanti e collegati al tendine danneggiato possono subire un calo della forza meccanica. Il sintomo della rottura del tendine (parziale o totale) è un dolore forte che si avverte nell’esecuzione di un movimento inusuale o difficoltoso; sono tipici ematomi ed edema e la lesione, se importante, può anche essere palpabile.

Processo Diagnostico

La diagnosi di tendinite si effettua tramite esame clinico completo, anamnesi del paziente e risonanza magnetica nucleare, in modo da valutare la gravità e l’estensione della lesione. L’ecografia, pur essendo meno precisa della risonanza magnetica, è meno costosa e consente di monitorare l’evoluzione della lesione, durante la guarigione del paziente.
La tendinite può peggiorare con l’attività fisica, per cui l’insorgenza di dolore, anche se scompare con il riposo, non deve essere sottovalutata dallo sportivo.

Trattamento della Tendinite

La terapia per la tendinite è l’assunzione (eventualmente con ionoforesi) di antinfiammatori (FANS), il riposo, l’utilizzo di ghiaccio sulla parte lesa per ridurre gonfiore e dolore, la compressione con bendaggi stretti e l’elevazione del tendine colpito per evitare la comparsa di edema. Normalmente portano benefici clinici i trattamenti di laserterapia o di tecar. Di fronte al caso di tendinite calcificata della spalla ha portato buoni risultati l’utilizzo della ultrasuonoterapia.

Nei casi più gravi di rottura completa del tendine, è necessaria la chirurgia. Dopo la guarigione, il paziente deve intraprendere immediatamente un percorso riabilitativo per recuperare la piena funzione del tendine: alcuni esercizi specifici e mirati sono in grado di indirizzare correttamente le fibre del tendine, per riacquistare l’elasticità e la resistenza della struttura.

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Strappo Muscolare: terapia e rimedi

Strappo Muscolare: questi i Sintomi e le Tipologie

Lo strappo muscolare è molto frequente tra chi pratica sport di tipo esplosivo ed è una vera e propria rottura delle fibre del muscolo. Tra le cause più comuni si hanno le sollecitazioni eccessive effettuate in momenti in cui il muscolo è poco elastico, perché non riscaldato bene o perché già stressato per precedenti carichi di lavoro. Si possono verificare strappi muscolari anche in persone che iniziano uno sport in maniera troppo intensiva e non permettono, quindi, al muscolo di adattarsi all’intensità dello sforzo.

Questo tipo di problema si verifica soprattutto nei muscoli degli arti, perché sono quelli che vengono maggiormente sollecitati, sia negli sport che nella vita quotidiana. Tuttavia non sono rari i casi di strappi muscolari nelle regioni addominali e dorsali, causati spesso da movimenti errati nel sollevamento di carichi.

strappo muscolare

Tipologie di Strappo Muscolare

Ogni muscolo è costituito da un elevato numero di fibre, per cui, quando si verifica uno strappo muscolare, la sua gravità dipende dal numero di fibre coinvolte. Per meglio comprendere la gravità degli strappi, è stata definita una classificazione degli stessi, che prevede tre diversi tipi di lesioni.

Lesione di primo grado

Le lesioni di primo grado sono quelle meno gravi, visto che coinvolgono meno del 5% delle fibre. Spesso non sono neanche riconosciuti come strappi, perché il dolore è molto leggero, un fastidio più che un vero e proprio dolore, e la perdita di forza è minima. I movimenti non vengono limitati a seguito di questo tipo di strappo muscolare.

Lesione di secondo grado

Le lesioni di secondo grado sono invece lesioni gravi, visto che vengono coinvolte molte più fibre muscolari, per cui, oltre ad una limitazione dei movimenti e ad una perdita di forza, aumenta anche il dolore, che viene chiaramente avvertito sia nel momento in cui la fibra di strappa, sia in ogni movimento che prevede la contrattura del muscolo coinvolto.

Lesione di terzo grado

Le lesioni di terzo grado rappresentano le situazioni più gravi. Vengono coinvolte moltissime fibre, se non addirittura tutte quelle del ventre muscolare. Oltre al dolore, alla completa perdita di forza e alla totale impossibilità di effettuare movimenti che coinvolgono il muscolo lacerato, la lesione di terzo grado viene riconosciuta facilmente anche tramite palpazione, visto che si avverte un vero e proprio avvallamento in corrispondenza delle fibre strappate.

Sintomi e Rimedi

Solitamente, non si hanno preavvisi prima di uno strappo muscolare. Quando la fibra muscolare si lacera, si sente un dolore più o meno intenso a seconda dell’intensità della lacerazione. In tal caso è bene intervenire subito, mettendosi in posizione di riposo ed effettuando subito impacchi freddi sulla parte interessata per ridurre l’afflusso di sangue alle fibre danneggiate.

A seconda della gravità dell’evento traumatico sarà sicuramente opportuno prendere in considerazione il rivolgersi a un medico per individuare il grado di coinvolgimento delle fibre muscolari e l’opportuno trattamento. Se risulta necessaria l’assunzione di farmaci, si può ricorrere anche alla ionoforesi. In generale, ottimi risultati sono stati ottenuti con la tecar. Nella maggior parte dei casi può risultare fondamentale un periodo di riposo, che può variare da pochi giorni a mesi a seconda dell’intensità della lacerazione.

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Pubalgia: sintomi, cura ed esercizi

Pubalgia

La pubalgia è un’infiammazione dei muscoli della zona pubica o inguinale. Spesso è dovuta all’affaticamento e al sovraccarico dei muscoli della griglia pelvica: per questo è comunemente ritenuta la malattia degli sportivi. Colpisce, infatti, soprattutto chi si sottopone ad allenamenti continui o troppo pesanti.

Sintomatologia

I sintomi della pubalgia si manifestano soprattutto la mattina appena svegli. Sono innanzitutto il dolore, che colpisce la parte interessata, ma anche bruciore e fitte che spesso si estendono fino alla parte interna della coscia. Spesso la pubalgia è accompagnata anche dalla sensazione di avere la vescica piena. Non appena si manifestano i sintomi, è necessario rivolgersi al medico e sospendere da subito l’attività sportiva. Soventemente capita che lo sportivo, sbagliando, tenda a ignorare il dolore e a continuare gli allenamenti come se nulla fosse.

In altri casi, invece, il dolore appare improvvisamente con fitte molto forti che costringono subito a fermarsi chi ne è colpito. A volte il dolore è talmente acuto da rendere difficile addirittura la deambulazione. Il primo passo per risolvere il problema è mettersi a riposo per un periodo che può variare, a seconda della gravità della situazione, da poche settimane ad alcuni mesi.

La pubalgia può colpire anche le donne nel periodo finale della gravidanza, sia per il peso del bambino che portano in grembo, che a causa di un ormone che l’organismo produce per favorire il parto, la relaxina, che agisce sui muscoli pubici. Legata alla gravidanza, con similitudini nell’eziologia, si annovera anche la Lombalgia.

 

Trattamento della Pubalgia

Le cure consigliate sono diverse e variano a seconda delle circostanze. Per disinfiammare e dare una sensazione di sollievo, si rivela efficace la crioterapia, trattando la parte dolorante con impacchi di ghiaccio che alleviano il dolore e il gonfiore. Anche se dal punto di vista del medico la pubalgia si cura con antinfiammatori e antidolorifici, assunti e per vie tradizionali e tramite ionoforesi, non è raro che gli sportivi utilizzino anche prodotti naturali: arnica o artiglio del diavolo, ma anche curcuma e zenzero.

Se queste cure non dovessero bastare, si possono provare altri metodiche, come la laserterapia o le onde d’urto. Una volta che la fase acuta è stata superata, è utile pure una fase di riabilitazione attraverso l’esecuzione di semplici esercizi di ginnastica e di stretching per allungare gli adduttori.

Consigliata anche la ginnastica propriocettiva, che consiste in esercizi che permettono di recuperare l’abilità di rispondere velocemente agli stimoli che arrivano dall’attività sportiva come salti e cambi di direzione, che dalle particolari condizioni del terreno. Gli esercizi devono mirare anche al potenziamento dei muscoli addominali e retroversori del bacino.

Solitamente con i farmaci e un periodo di riposo abbinato poi alle terapie, la pubalgia si risolve in tempi relativamente brevi. Fondamentale è la diagnosi precoce, che permette di intervenire precocemente rendendo le cure più veloci.

 

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Sciatalgia: l’infiammazione del nervo sciatico – sintomi e rimedi

Sciatalgia – Cosa la causa e quali sono le possibili cure

Che cosa è la Sciatalgia

La Sciatalgia è un’infiammazione che riguarda il nervo ischiatico che si dirama dal plesso nervoso sacrale e si estende lungo i glutei, l’anca e le gambe fino a raggiungere i piedi.

Il nervo ischiatico conosciuto più comunemente con il nome di nervo sciatico ricopre un ruolo molto importante per quanto riguarda la sensibilità delle gambe e la deambulazione.

La Sciatalgia si manifesta con dolore, formicolio, indolenzimento e, nei casi più gravi, con difficoltà a controllare i movimenti degli arti inferiori.

Quali sono le cause della Sciatalgia

Le cause responsabili della Sciatalgia, spesso chiamata erroneamente sciatica, riferendosi più ai sintomi che al disturbo in sé, sono varie e di diversa natura.

Molto spesso è provocata da una compressione che viene esercitata sui nervi lombari per esempio durante il sollevamento di un peso eccessivo e per un tempo prolungato o per un difetto posturale. Può capitare che sia accompagnata da lombalgia, nel qual caso prende il nome composto di lombosciatalgia.
Anche una gravidanza può provocare una Sciatalgia acuta dovuta alla compressione sui nervi del bacino esercitata dal peso del bambino e del liquido amniotico. In caso di gravidanza può essere presente anche una pubalgia.

L’infiammazione del nervo sciatico può tuttavia essere un sintomo di malattie anche gravi e quindi non va mai sottovalutato. Il dolore e il formicolio come anche la difficoltà di deambulazione possono indicare la presenza di ernia discale, sindrome del piriforme, tumore osseo, infezioni spinali, spondilolistesi, malattie degenerative del disco.

Come curare la Sciatalgia

Prima di pensare alla cura dell’infiammazione del nervo sciatico è necessario essere a conoscenza di ciò che l’ha causata. Una visita accurata del medico potrà già dare una prima idea sulla situazione e sulle possibili cause, che andranno poi approfondite con esami diagnostici specifici quali Risonanza magnetica, TAC, Radiografie.

Una volta determinata la causa, il medico curante provvederà a prescrivere al paziente degli antidolorifici e antinfiammatori, nel caso in cui lo ritenga necessario, per via orale, intramuscolare o per mezzo di ionoforesi. Per intervenire sul dolore, senza assumere farmaci, si consigliano anche sedute di TENS.

Se questi trattamenti non saranno sufficienti ad alleviare ed eliminare completamente il disturbo sarà necessario effettuare alcune sedute di fisioterapia che avranno il compito di correggere eventuali difetti posturali e decomprimere il nervo sciatico. Ottimi risultati si ottengono con la tecarterapia, sia in termini clinici che di tempistiche di ripresa.

Nei casi più gravi sarà necessario intervenire chirurgicamente per correggere le malformazioni o schiacciamenti vertebrali che provocano la compressione del nervo e di conseguenza la Sciatalgia.

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Iperidrosi: ascellare, palmare, plantare – questi i rimedi

Iperidrosi: ecco Tipi, Cause e Trattamento

L’iperidrosi indica una condizione in cui si ha una eccessiva produzione di sudore da parte dell’organismo; la secrezione può essere circoscritta o generalizzata e in genere compare a causa di fattori ambientali ed emotivi.

La sudorazione è un fenomeno fisiologico, che avviene sia nella stagione fredda che nella stagione calda, per eliminare l’acqua e abbassare la temperatura corporea; tuttavia, una sudorazione eccessiva non collegata alle reali necessità dell’organismo provoca fastidio e imbarazzo, soprattutto nelle occasioni sociali.

L’iperidrosi: Cause e Tipi

L’iperidrosi di cui non si conoscono le cause (idiopatica) è detta primaria, mentre se insorge come conseguenza di malattie o stimoli endocrini, è detta secondaria.

Nelle iperidrosi generalizzate, che coinvolgono tutto l’organismo o aree molto estese della superficie corporea, è probabile che la causa sia un problema endocrino, farmacologico o febbrile; in questo caso, la sudorazione eccessiva coinvolge i palmi delle mani, le ascelle e la fronte.

L’iperidrosi può assumere connotazioni patologiche che si manifestano con sudorazione colorata di giallo (cromoidrosi) o sudorazione maleodorante, provocata dalla presenza di batteri della flora cutanea (bromidrosi).
L’iperidrosi causa notevoli disagi in ambito personale e lavorativo, diminuendo la qualità della vita e delle relazioni sociali. Dopo aver escluso ogni forma secondaria del disturbo, devono essere effettuati esami ematici e altre procedure diagnostiche.

Trattamento

Il primo approccio per trattare i sintomi dell’iperidrosi è modificare l’abbigliamento (evitare abiti aderenti e sintetici) e usare deodoranti al cloruro di alluminio per contrastare la sudorazione, da applicare durante la notte sulle ascelle, coprendole con una pellicola.

La ionoforesi è utile per impedire temporaneamente la sudorazione, causando anidrosi reversibile: questo trattamento consiste nell’immergere mani e piedi del paziente in due contenitori con dell’acqua, alla quale viene applicato un basso potenziale di corrente elettrica. Il flusso di cariche elettriche blocca i canali che secernono il sudore per un breve periodo di tempo; l’efficacia è piuttosto variabile e nei casi più gravi, non genera benefici apprezzabili.

I farmaci utilizzati per ridurre l’iperidrosi si basano sulla limitazione dell’eccessiva emotività, che spesso è la causa dell’iper sudorazione. Tuttavia, sedativi e ansiolitici riducono la vigilanza e inducono sonnolenza; inoltre gli effetti collaterali portano il paziente ad abbandonare la terapia.

Altri interventi, limitati ai casi più gravi di iperidrosi, consistono nell’iniezione di tossina botulinica che blocca la secrezione delle ghiandole sudoripare, oppure in un piccolo intervento chirurgico che interrompe l’innervazione delle ghiandole impedendo la sudorazione; in quest’ultimo caso però, si può assistere ad un aumento della sudorazione in altre aree del corpo, come meccanismo compensatorio.

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Trapezialgia: Ecco Cause, Sintomi e Trattamenti

Trapezialgia: Le Cause più comuni, i Sintomi e i Trattamenti

Trapezialgia è una parola che deriva dal greco e si compone di due parti. Il suffisso “algìa” indica un dolore, una sofferenza, mentre la parola che lo precede identifica il “trapezio”.

L’infiammazione del muscolo trapezio e la conseguente contrattura provoca in genere, soprattutto nella fase acuta, forti dolori al collo e dolori cervicali. Il dolore muscolare è il sintomo caratteristico e causa una fastidiosa, oltre che dolorosa, limitazione dei movimenti.

Il Muscolo Trapezio

Il trapezio è un muscolo triangolare e largo, prolunga le inserzioni mediali partendo dalla linea nucale superiore fino al margine posteriore del ligamento nucale e ai processi spinosi delle vertebre dalla 7ª cervicale fino alla 10ª, 12ª dorsale.

Le fibre confluiscono in direzione della spalla, i fasci superiori si attaccano al 3° laterale della clavicola, i medi alla spina della scapola e all’acromion (la seconda articolazione della spalla), mentre gli inferiori si fissano alla spina della scapola.

Il muscolo trapezio consente l’estensione della testa e il movimento della spalla indietro e in dentro.

I fasci superiori, come quelli medi e inferiori, possono contrarsi autonomamente gli uni dagli altri.

Cause e Sintomi della Trapezialgia

L’eccessivo carico e l’affaticamento del muscolo trapezio, che poi portano all’insorgenza di una trapezialgia, possono avere molteplici cause:

  • accentuata brevità dell’omero;
  • braccioli troppo bassi di una poltrona;
  • lavori che richiedono di tenere per lungo tempo le spalle alzate (errato posizionamento del monitor o della tastiera quando si è al computer);
  • traumi da incidente o da sport tipo il “colpo di frusta”;
  • pressione delle spalline del reggiseno (soprattutto se il seno è molto voluminoso) o da un cappotto esageratamente pesante.

I punti grilletto (punti sensibili al dolore chiamati anche trigger points) nel trapezio superiore sono la causa più comune della trapezialgia. Sono localizzati principalmente sul margine superiore del trapezio, all’altezza della Vª vertebra cervicale.

Il dolore viene proiettato posteriormente e precisamente in prossimità della parte superolaterale del collo, a volte anche alla tempia e sovente all’occipite. Un punto grilletto posizionato più lateralmente all’occipite é quello dello splenio del capo, sulla linea mediana è possibile individuare dei punti grilletto anche lungo il ligamento nucale.

Trattamenti

I trattamenti comunemente usati per la cura della trapezialgia sono:

  • Eliminazione di carichi troppo pesanti, cappotti dal peso eccessivo e spalline del reggiseno eccessivamente strette;
  • Correzione della postura durante il sonno per quanto riguarda il capo e il collo;
  • Stretching tramite stiramento e successivo raffreddamento con spray refrigeranti;
  • Ultrasuonoterapia
  • Terapia manuale (compressione ischemica);
  • Posizionamento sulla parte dolorante di un termoforo o di una borsa dell’acqua calda;
  • Collare rigido di plastica, ad altezza modificabile, o soffice di Schwanz da indossare per alcune ore durante il giorno;
  • FANS (Farmaci Anti-infiammatori Non Steroidei);
  • Esecuzione di esercizi mirati di ginnastica;
  • Nei casi in cui il dolore sia molto forte si può procedere anestetizzando i punti grilletto con una soluzione a base di bupivacaina e metilprednisolone acetato.

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Frattura: Cause, Sintomi e Cure

La Frattura è un evento molto comune: cosa accade all’osso in realtà?

La frattura è un danno arrecato all’osso, il quale subisce un’interruzione dell’omogeneità anatomica. Può essere fondamentalmente di due tipi: spontanea o patologica.

La frattura spontanea è dovuta a un trauma e in tal caso l’osso si può danneggiare nel punto dell’urto o in una zona dislocata per effetto della forza cinetica. Non è detto che le fratture siano sempre dovute a traumi perché possono verificarsi anche senza apparenti cause.

Le fratture patologiche invece si riferiscono a quelle che avvengono per problemi pregressi, soprattutto negli anziani con processi di osteoporosi in atto, oppure per chi è colpito da un tumore o, ancora, se è presente una cisti.

La frattura può essere chiusa o esposta. Nel primo caso la pelle non subisce lacerazioni nel secondo invece l’osso fratturato è visibile ed è concreto il rischio di infezioni.

Le parti più soggette a fratture sono il metatarso, il malleolo, la tibia, il femore, il bacino, il coccige, le costole, l’omero, il polso, la clavicola.

Le Cause delle Fratture

Le fratture spontanee o patologiche possono essere provocate da traumi a seguito di torsioni, strappi, compressioni e flessioni. Nei casi poi di osteoporosi anche un trauma molto lieve può portare a una frattura.

Ci sono anche soggetti che per motivi di lavoro o per l’attività sportiva che svolgono sono esposti a fratture frequenti. Le continue sollecitazioni, infatti, possono portare a un danno, come accade per esempio ai marciatori o a chi trasporta carichi molto pesanti ripetutamente (i traslocatori per esempio).

Le frattura da avulsione invece sono causate da massicce contrazioni muscolari dove lo stesso osso si stacca proprio nel punto di inserzione del muscolo.

Sintomi

In seguito a qualsiasi tipo di frattura Рche sia essa scomposta, incompleta, obliqua, spiroide, longitudinale Рil sintomo che le accomuna ̬ il dolore, causato anche dalla lacerazione del periostio, il tessuto connettivo che avvolge la superficie ossea e la protegge.

Il paziente non riesce a compiere i normali movimenti nella zona interessata dalla frattura e, se è esposta, si evidenza la formazione di un ematoma.

Il paziente che ha subito una frattura non deve essere mosso per evitare il disperdersi dei frammenti ossei. L’arto, o la parte interessata dalla frattura, devono invece essere immobilizzati al più presto.

Cure e Trattamenti della Frattura

Le fratture lievi possono essere trattate dal traumatologo anche ambulatorialmente, ma se sono gravi è sempre necessario l’intervento di un ortopedico e di un chirurgo, specie in quelle scomposte ed esposte che interessano aree estese e gradi ossa.

La radiografia conferma l’entità della frattura. Il chirurgo interviene quindi per ridurla riavvicinando le parti di osso e contenendo la stessa con un bendaggio gessato o con l’applicazione di stecche che immobilizzino la parte interessata. È possibile ricorrere a terapie strumentali, quali la Magnetoterapia CEMP (Campi ElettroMagnetici Pulsati), per facilitare il consolidamento dell’osso e la conseguente formazione del callo osseo. Infatti la magneto terapia è molto spesso consigliata nei casi di ritardo di consolidamento delle fratture e può essere utilizzata tranquillamente anche in presenza di gessatura. Recenti ricerche attribuiscono utilità in questo ambito anche all’ultrasuonoterapia.
Il “gesso” si applica fino a comprendere tutta l’articolazione (per esempio per la frattura del polso si immobilizza tutto il braccio e la mano). Può essere necessaria una trazione con pesi per recuperare la funzionalità.

Il paziente segue una terapia farmacologica a base di antidolorifici, anti emolitici per ridurre il gonfiore e l’ematoma. Si può intervenire sul dolore anche tramite TENS. L’immobilizzazione ha una durata di 35- 40 giorni, che possono diminuire o aumentare in base alla gravità della frattura stessa.

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Gonalgia: il dolore al ginocchio e i suoi rimedi

Gonalgia: Un problema assai diffuso

La gonalgia è il dolore al ginocchio. Essa può essere provocata da molteplici cause e colpisce soggetti di tutte le età. Tra le possibili origini della gonalgia ci sono i traumi distorsivi, l’artrosi, la tendinite o altre malattie. Per questo anche le terapie della gonalgia sono molto diverse.

Gonalgia - come è fatto il ginocchio

Gonalgia e Distorsioni

I traumi distorsivi spesso colpiscono giovani che praticano attività sportiva. Spesso le distorsioni provocano anche un danno ai legamenti crociati o collaterali. Il ginocchio appare gonfio, dolorante e la mobilità è compromessa. Un trauma forte può provocare anche la rottura del menisco, uno dei due anelli di cartilagine che si trovano tra femore e tibia.

Oltre al dolore e al gonfiore, un sintomo della frattura del menisco può essere il blocco dell’articolazione, che è causato da un frammento incastrato (“rottura a manico di secchio”). Un altro sintomo è l’improvviso cedimento del ginocchio.

Gonalgia e Tendiniti

La gonalgia può essere causata dalla tendinite che provoca gonfiore e infiammazione nella parte sottostante la rotula. E’ una patologia data dal sovraccarico che si presenta soprattutto negli sportivi che continuano a sollecitare le ginocchia con salti e corsa, soprattutto giocando a basket o pallavolo, ma vale anche per i podisti. Il dolore non è acuto, ma peggiora quando si fa attività sportiva. Colpisce gli atleti e specialmente chi si dedica alla corsa la condropatia rotulea, un dolore che si manifesta nella parte anteriore del ginocchio che peggiora stando seduti con le gambe piegate a 90 gradi oppure camminando in discesa.

Gonalgia e Sindrome di Osgood-Schlatter

La sindrome di Osgood-Schlatter è una delle più diffuse cause di gonalgia nei più giovani. Si tratta di un’infiammazione della tibia, che, negli adolescenti non è ancora ossificata del tutto. Diffusa è anche la borsite, conosciuta anche come “ginocchio della lavandaia”. E’ un’infiammazione del sacchetto che solitamente contiene pochissimo liquido e che funge da cuscinetto tra ossa, muscoli e tendini. La borsite è provocata da traumi continui e si manifesta con gonfiore, calore e dolore soprattutto se ci si inginocchia.

Gonalgia e Artrosi

Riguardano soprattutto gli anziani, l’atrosi e l’artrite reumatoide. L’artrosi è caratterizzata da un dolore che aumenta camminando e stando in piedi e da una tumefazione. Al mattino si verifica spesso rigidità nelle articolazioni che però passa in breve. Più grave l’artrite reumatoide, che deforma progressivamente tutte le articolazioni del corpo, non solo le ginocchia. Al mattino la rigidità dura più di mezz’ora. Si presenta con gonfiore, dolore, rossore e tumefazioni.

Trattamenti della gonalgia

Le terapie della gonalgia variano a seconda della causa. Risulta utile la magnetoterapia cemp, contro dolore e infiammazione. Nei traumi si procede con l’immobilizzazione del ginocchio, l’impacco con ghiaccio e l’elevazione dell’arto. Vengono prescritti anche antidolorifici e antinfiammatori, assumibili anche tramite ionoforesi. Per le tendinopatie sono consigliati riposo, laserterapia (che permette di ottenere risultati anche per l’artrosi) e una ginnastica specifica. In alcuni casi l’indicazione è chirurgica con artroscopia per riparare menischi e legamenti.

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Distorsione caviglia e ginocchio: rimedi e tempi di recupero

Distorsione: Come avviene e come curarla

La distorsione è un trauma dell’apparato locomotore, causata da movimenti scorretti, traumatismi e ipotonia muscolare, che colpisce soprattutto le ossa più sporgenti; durante la distorsione, l’osso fuoriesce dalla sua cavità per poi rientrarvi immediatamente, ma le superfici articolari perdono contatto modificando momentaneamente la posizione dell’articolazione e provocando possibili lacerazioni dei legamenti, delle cartilagini articolari, dei tendini e dei fasci nervosi.

Le distorsioni interessano molto frequentemente la caviglia e in misura minore il gomito, il polso e il ginocchio; possono variare ampiamente per severità, estensione e manifestazioni cliniche.

 

Cause e Tipologie 

La distorsione alla caviglia può essere causata da un trauma acuto (urti, contrasti, cambi di direzione improvvisi) oppure cronico (sforzi o carichi prolungati) e in medicina si suddivide in 3 gradi: dal grado 0, che definisce un trauma senza rottura di alcun legamento, al grado 3, con la rottura di tutti e 3 i legamenti.

La sintomatologia tipica della distorsione è sensazione di calore, dolore anche grave, edema, movimenti limitati e, talvolta, presenza di un ematoma; specialmente quando la distorsione colpisce la caviglia, sono necessari diagnosi rapida e trattamento medico immediato, perché può causare sequele, recidive e disfunzioni permanenti.

Trattamento della Distorsione

Il medico al momento della diagnosi deve escludere la presenza di una lussazione o di una frattura, attraverso la radiografia dell’articolazione colpita. Le distorsioni si trattano nell’immediato con l’applicazione di ghiaccio o impacchi freddi per ridurre il dolore e l’edema; successivamente alla diagnosi il medico prescrive riposo dell’articolazione, immobilità assoluta tramite bendaggio rigido e, talvolta, l’elevazione dell’arto per ridurre il gonfiore.

Dopo un certo periodo di riposo associato a farmaci antinfiammatori, bisogna effettuare un percorso di riabilitazione attraverso esercizi che aiutino la parte lesa a riprendere lentamente la normale funzionalità, a rinforzare il muscolo per impedire recidive e a recuperare la corretta postura rispetto al suolo e rispetto alle parti mobili dell’articolazione; molto utili anche l’ultrasuonoterapia, i Campi Elettromagnetici Pulsati (magnetoterapia CEMP) e la mesoterapia.

La distorsione della caviglia è un trauma molto comune e si associa ad alcuni sport come pallavolo, basket, calcio e corsa. Anche dopo la risoluzione dell’evento, spesso permane una sensazione di dolore che limita la funzionalità dell’articolazione e quindi l’attività sportiva; questo avviene perché l’evento traumatico non colpisce solo l’osso, ma anche i tendini, i legamenti e i fasci nervosi che attraversano i tessuti.

Nello sportivo, tuttavia, il tempo di recupero è solitamente più breve, perché dedica maggiore tempo alla riabilitazione dal trauma.

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Cervicalgia – Scopri le Cause e i Rimedi

Cervicalgia – Ecco le Cause più comuni

Cervicalgia è il termine medico con cui si indica il comune dolore al collo, che può essere causato da fattori molteplici. Si tratta di un disturbo muscolo scheletrico che affligge gran parte della popolazione. Anche la durata varia, da un periodo breve fino a diversi anni.

Cause e Sintomi della Cervicalgia

Le cause principali sono solitamente riconducibili alla vita sedentaria, all’esposizione a colpi di aria o di freddo, alla postura scorretta. Colpi di frusta, ernie cervicali, spondilosi e altre patologie possono invece causare la cervicalgia acuta. Anche sport particolarmente faticosi o traumatici per tutto il sistema muscolare e scheletrico possono essere alle origini di questo fastidioso problema.

Il dolore si manifesta molto intenso soprattutto nella parte del rachide cervicale. Spesso però il dolore risulta accompagnato da diversi altri disturbi come il braccio indolenzito, formicolio e intorpidimento, tensione muscolare e debolezza avvertita sia negli arti superiori che nella mano.

 

Diagnosi e Cura

La diagnosi avviene tramite esecuzione di una lastra alla cervicale, risonanza magnetica ed elettromiografia al braccio e alla mano. Nella fase acuta, le terapie consistono nella prescrizione di antidolorifici e miorilassanti. In casi particolarmente gravi si può ricorrere anche a infiltrazioni di corticosteroidi. Un rimedio naturale che può dare da subito una sensazione di sollievo è un impacco caldo che aiuta a sciogliere i muscoli contratti. Durante il riposo notturno è consigliabile usare un cuscino ortopedico.

Possono risultare efficaci terapie come la magneto terapia, la terapia con ultrasuoni, la TENS, la terapia con corrente galvanica (ionoforesi), la tecarterapia.

 

Se la cervicalgia è effetto di un colpo di frusta, viene consigliato l’uso del collare ortopedico fino a un massimo di tre settimane. Passata la fase acuta, sono consigliati esercizi per sciogliere la muscolatura e correggere la postura o sedute di fisioterapia. L’intervento chirurgico viene preso in considerazione in caso di ernie cervicali. In ogni caso la cervicalgia non va sottovalutata.

È importante rivolgersi al medico non appena compaiono i primi sintomi. Prevenirla è possibile cercando di assumere una postura più corretta. Attenzione anche alla posizione dello schermo del computer se si lavora per molte ore alla scrivania. Con un’adeguata attività fisica si può inoltre mantenere la muscolatura forte e sciolta.

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Osteonecrosi: la necrosi ossea

Osteonecrosi

L’osteonecrosi è descritta come la morte del tessuto osseo e del midollo, conseguente a un mancato o insufficiente afflusso di sangue. L’origine dell’infarto osseo è sempre un’ ischemia che può essere dovuta a diverse cause, quali fratture, trombosi, vasculiti, radioterapia antineoplastica, bifosfonati, pancreatiti croniche, malattia da decompressione (nei subacquei), ipertensione.

Spesso, non è possibile determinare l’eziologia dell’osteonecrosi, che rimane solo ipotizzata; tuttavia, le caratteristiche anatomopatologiche sono sempre le stesse.

 

Tipologie

Si distinguono diversi tipi di infarti ossei che provocano la necrosi. Nell’infarto midollare, la necrosi è localizzata e colpisce l’osso spugnoso e il midollo; nell’infarto subcondrale invece, a morire è il tessuto cuneiforme che ha come base l’osso condrale e per apice l’epifisi. Il tessuto osseo necrotico è facilmente riconoscibile per la presenza di ampi spazi vuoti e adipociti in necrosi, che lisandosi rilasciano acidi grassi.

Il tessuto osseo necrotico viene degradato dagli osteoclasti nel processo di guarigione, mentre gli osteoblasti rilasciano matrice ossea di nuova formazione; tuttavia, specialmente nell’osso subcondrale, la lentezza di questo processo di recupero può causare il cedimento della struttura ossea con frattura e alterazione della cartilagine articolare.

 

Sintomatologia

L’osteonecrosi provoca sintomi quali dolore molto intenso nella sede colpita, che si manifesta precocemente solo durante l’esercizio fisico ma che diventa costante nel tempo; sono presenti poi gonfiore articolare e movimento limitato.

Gli infarti del midollo osseo sono quasi sempre asintomatici ma sono più gravi, perché predispongono all’insorgenza di artrosi secondarie e collasso osseo. Una forma relativamente comune dopo i 30 anni, solitamente nel maschio, è l’osteonecrosi della testa del femore, spesso bilaterale, che si manifesta con dolore prima intermittente, poi cronico.

La patologia iniziale non è evidente alla radiografia; la scintigrafia invece mostra ipercaptazione del liquido iniettato nelle aree necrotiche. L’angiografia può essere utile per evidenziare il blocco del flusso ematico.

 

Diagnosi e Terapia

I metodi di diagnostica più adatti a rilevare il problema sono la risonanza magnetica nucleare e la radiografia, in fasi avanzate della malattia, quando appaiono zone di sclerosi con valle della testa femorale e ipotrofia del quadricipite.

La terapia è sintomatica, per trattare il dolore e l’infiammazione, e comprende metodiche quali l’applicazione di campi elettromagnetici pulsati, la cosiddetta magnetoterapia cemp. La chirurgia risolve efficacemente il problema solo nelle fasi precoci, che sono asintomatiche; spesso il paziente si presenta all’attenzione del medico solo in fase sintomatica avanzata, quando l’unico intervento possibile è l’artroprotesi o l’artroplastica biologica, interventi invasivi e di non facile attuazione.

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Artrosi: Questi i Sintomi e i Trattamenti

Artrosi – Quando compare e come intervenire

L’artrosi, o osteoartrosi, o ancora osteoartrite, è una patologia di tipo degenerativo a carico delle articolazioni. Colpisce le articolazioni più sottoposte a carichi meccanici, come le vertebre e le ginocchia e rappresenta una causa comune di dolore nella popolazione al di sopra dei 60 anni di età.

Mentre negli uomini è più frequente sotto i 45 anni, è comune nelle donne sopra i 55 anni, probabilmente per alterazioni del metabolismo osseo dovute alla menopausa.

La patogenesi dell’artrosi comporta la formazione di tessuto connettivo e tessuto osseo neoformati, intorno all’articolazione interessata dal processo patologico; la cartilagine articolare si altera, assottigliandosi e fissurandosi. Si formano inoltre zone di osteosclerosi subcondrale e la membrana sinoviale risulta ipertrofica e ipervascolarizzata.

La capsula articolare può essere edematosa, con vaste zone di fibrosclerosi; dove prima la cartilagine articolare lubrificava e facilitava lo scorrimento delle superfici ossee, nell’artrosi la cartilagine gradualmente si consuma fino a scomparire, causando dolorosi fenomeni di attrito.

L’artrosi può essere classificata in diverse tipologie, a seconda della gravità e della sua evoluzione: è definita artrosi primaria se ha causa genetica (artrosi idiopatica), artrosi secondaria se è provocata da traumi, interventi chirurgici o infezioni, localizzata se colpisce solo un’articolazione e generalizzata, se è pluriarticolare.

Sintomi

I sintomi dell’artrosi sono piuttosto tipici: si manifesta con dolore localizzato, deformazione dell’articolazione colpita, movimenti limitati, rigidità dell’arto.

La radiografia è utile solo a diagnosticare condizioni di malattia piuttosto avanzate; gli esami utili a evidenziare le alterazioni precoci sono l’alterazione del profilo dell’estremità ossea, la formazione di osteofiti ai margini articolari e nei punti di ancoraggio dei tendini, zone cistiche nell’osso in corrispondenza della cartilagine e detrazione dello spazio articolare.

Il medico, nella diagnosi di artrosi, porrà particolare attenzione ai sintomi dolorosi: in che momento della giornata si manifestano, se si tratta di un dolore acuto o sordo, se scompare con il riposo dell’articolazione e se di notte è presente.

Trattamenti

Nella maggioranza dei pazienti colpiti da artrosi, un leggero aumento dell’attività fisica e la perdita di peso sono sufficienti a recuperare buona parte della funzionalità articolare. Per il trattamento del dolore sono indicati il paracetamolo, trattamento di elezione, e gli antinfiammatori non steroidei (FANS) in caso di dolore grave.

La fisioterapia è indicata per ridurre la rigidità dell’articolazione e favorire la mobilità dell’arto; ci sono però controversie sulla sua utilità in relazione alla zona colpita dall’artrosi. Sono spesso utilizzate alcune fisioterapie con elettromedicali come la magnetoterapia, la TENS, la ionoforesi o la tecarterapia.

In caso di fallimento delle altre opzioni terapeutiche, la chirurgia artroscopica consente il posizionamento di una protesi soprattutto per l’articolazione del ginocchio; i sintomi dolorifici, tuttavia, non scompaiono completamente.

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Coxartrosi: Scopri Cause, Sintomi e Trattamento

Coxartrosi: Come compare e cosa fare

La coxartrosi è una forma di artrosi che colpisce l’articolazione dell’anca. Si tratta di un processo degenerativo che colpisce in particolare la testa del femore (l’epifisi distale dell’osso) e la cartilagine che permette la scorrevolezza all’interno della cavità ossea (l’acetabolo dell’anca). L’assottigliamento della cartilagine provoca attrito e quindi dolore insistente.

Come tutte le forme di artrosi diventa cronica e può anche portare all’invalidità. E’ un tipo di artrosi molto frequente in quanto nella maggior parte dei casi è dovuta all’invecchiamento, tanto che si manifesta soprattutto dopo i 60 anni.

 

Cause

Le cause della coxartrosi possono essere di due tipi che danno il nome a due forme proprie dell’artrosi stessa, dette primaria e secondaria. La coxartrosi primaria non ha una causa nota se non quella dell’usura della stessa articolazione che interviene in età avanzata.

Quella secondaria invece, che può intervenire anche in giovane età, è dovuta a incidenti, traumi, lussazioni, infiammazioni,ma anche a sindromi dismetaboliche come il diabete o la gotta.
E’ possibile anche che sia provocata da malformazioni congenite o da un utilizzo intensivo della stessa articolazione.

 

Sintomi

La coxartrosi si manifesta con dolori e con il passare del tempo incide sulla libertà di movimento. La progressione della malattia porta a un aggravarsi di questi sintomi e il dolore può irradiarsi anche alla coscia e arrivare fino al ginocchio.

Quando la patologia è al suo esordio il dolore viene avvertito dal paziente soltanto mentre è in movimento, in seguito compare anche a riposo.

Il peggioramento della coxartrosi negli stadi avanzati può limitare i movimenti fino alla totale immobilità e portare a deformazioni fisiche. Lo stato doloroso è provocato dall’ispessimento dell’osso che forma degli speroni (detti osteofiti).

 

Cura e Riabilitazione della Coxartrosi

La diagnosi della coxatrosi viene eseguito a seguito di un esame obiettivo ed esami di diagnostica per immagini.

La cura farmacologica consiste in antinfiammatori e antidolorifici che possono solo attenuare il dolore ma non possono definirsi curativi.

Nelle prime fasi della coxartrosi è bene sottoporsi a esercizi mirati e a sedute di fisioterapia che possano mantenere la funzionalità ed evitare nonché ritardare l’irrigidimento. E’ indicata la trigger point therapy che consiste nella manipolazione dei muscoli ma anche nel mobilitarli (qui puoi trovare un video dimostrativo). Per avere risultati bastano anche 8 sedute se lo stato di avanzamento della coxartrosi è ancora lieve. Di frequente utilizzo sono anche la magnetoterapia pulsata, la tecar, la TENS e meno spesso la ionoforesi, che viene utilizzata per la somministrazione locale di farmaci.

 

L’intervento chirurgico è contemplato nei casi più gravi per restituire la funzionalità. E’ prevista quindi l’applicazione di una protesi. Importante quanto l’intervento è una corretta riabilitazione. Dopo l’intervento è consigliabile fare regolarmente attività fisica che però non dia sovraccarico all’anca. Sono ideali il nuoto o l’andare in bicicletta, ma non le camminate o il footing.

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Dito a Scatto (Tenosinovite) – Scopri Sintomi e Rimedi

Dito a scatto – Un problema tendineo

La tenosivite stenosante è anche comunemente conosciuta come dito a scatto, si tratta di un disturbo che colpisce soprattutto le donne. Il nome deriva dal principale segnale di questa patologia: il paziente non riesce a distendere il dito, il quale si distende poi bruscamente con uno scatto che provoca dolore.

Il dito a scatto è causato da un restringimento della guaina sinoviale che ricopre il tendine del dito colpito. Sono più frequentemente interessati l’anulare, il medio ed il pollice della mano dominante.

Cause

Tra i fattori che possono provocare il disturbo, particolare rilevanza assume la professione eseguita, quando infatti sono coinvolte le mani, come nell’uso ripetuto di forbici e cesoie, è più facile che si verifichi un’infiammazione della guaina tenosinoviale.

Di conseguenza i tendini flessori che partono dal muscolo dell’avambraccio non scivolano facilmente all’interno della guaina e questo provoca prima il blocco e poi l’improvviso scatto. Se l’infiammazione si prolunga nel tempo è possibile che si verifichi un ispessimento fibroso, possono formarsi cicatrici o noduli.

Il dito a scatto può aversi anche in caso di concomitanza con fattori predisponenti come il diabete, disfunzioni tiroidee e artrite reumatoide.

 

Trattamento

Il trattamento del dito a scatto varia in base alla gravità dei sintomi ecco perché è bene non trascurare il disturbo fin dai suoi esordi. Nella fase iniziale il medico può prescrivere una steccatura del dito coinvolto fino ad un massimo di sei settimane. In questo modo l’infiammazione può recedere.

Trovano applicazione per il trattamento del dito a scatto anche la maggior parte delle terapie elettromedicali, principalmente laserterapia. Sono utili per le caratteristiche antinfiammatorie la magnetoterapia, la tecarterapia, l’applicazione di ultrasuoni.

In alternativa può essere prescritto il riposo per un determinato periodo con sospensione delle attività che coinvolgono il dito interessato, come i movimenti di presa, di chiusura della mano e l’uso di macchinari che vibrano. Il medico può prescrivere anche esercizi che aiutino la mobilità del dito.

Nei casi più gravi il medico può prescrivere farmaci antinfiammatori per alleviare il gonfiore e per attenuare il dolore provocato dallo scatto improvviso, applicabili anche per mezzo della ionoforesi. Per trattare il dolore può utilizzarsi anche la TENS. Tra le possibili terapie vi sono anche le infiltrazioni di steroidi, in questo caso devono essere sottolineati anche i possibili effetti collaterali in quanto è possibile un danno al tendine.

Resta infine l’approccio chirurgico, è possibile eseguire due tipologie di intervento. Il primo è il release percutaneo: il chirurgo con un ago riporta nella giusta posizione il dito bloccato. Il secondo intervento può essere considerato più invasivo rispetto al primo, prevede una tenolisi dei flessori: il chirurgo libera il tendine dalle aderenze in modo da ripristinare la giusta scorrevolezza.

In seguito all’intervento il paziente deve osservare un periodo di riposo e il recupero richiede anche la fisioterapia. Una volta eseguito l’intervento per riprendere le normali attività possono servire anche tre mesi.

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Epicondilite (Gomito del Tennista): Scopri Sintomi e Cure

Epicondilite (Gomito del Tennista)

L’epicondilite omerale è comunemente conosciuta come gomito del tennista (o del motociclista). Si tratta di un’infiammazione molto dolorosa dei tendini che gravano sull’epicondilo laterale. A esserne colpiti sono soprattutto gli sportivi, tennisti, culturisti, motociclisti, o chi pratica altre discipline molto intense, ma non solo.

Cause

L’epicondilite si manifesta anche in coloro che mantengono per molte ore le braccia ferme nella stessa posizione: dattilografi, pianisti, chi sta molto alla tastiera del computer. Queste persone, e in genere coloro che praticano movimenti ripetuti, possono essere sono soggetti anche alla tenosinovite, il cosiddetto dito a scatto.

Le cause sono infatti traumi o movimenti costantemente ripetuti. Per prevenire l’epicondilite è consigliabile effettuare un riscaldamento accurato delle braccia prima di iniziare la propria attività. Ai primi sintomi è comunque bene rivolgersi al medico perché se non viene curata subito in modo adeguato, l’epicondilite si può cronicizzare.

 

A causa del forte dolore che provoca e della difficoltà che poi si verifica nell’usare il braccio, può risultare invalidante. Al dolore al gomito si accompagna spesso l’indolenzimento del polso, della mano e delle dita. Il dolore aumenta soprattutto la sera. Con il tempo si arriva a perdere la funzionalità del braccio interessato.

L’epicondilite non è diagnosticabile con un esame ai raggi x. Solitamente la diagnosi è prettamente clinica, anche se è consigliabile sottoporsi a un’ecografia del tendine con Doppler, per valutare le zone e il livello di degenerazione endotendinea e dell’iperemia dei tessuti peritendinei.

 

Trattamento dell’Epicondilite

Per quanto riguarda la terapia, nella fase acuta del dolore il braccio viene sovente immobilizzato per venti giorni, può essere prescritto l’uso di un tutore. In ogni caso l’attività sportiva viene sospesa e vengono prescritti antinfiammatori per bocca o tramite ionoforesi. Possono essere prescritte anche 2 o 3 infilitrazioni steroidee nel tendine.

Una delle terapie scelte per la fase post acuta è l’esecuzione di una serie di infiltrazioni di acido ialuronico e ossigeno sotto la guida dell’ecografia. Sempre più diffuse anche le terapie con onde d’urto o il laser, molto usato nel caso di tendiniti. Si può optare anche per il recupero funzionale attraverso ripetizioni di contrazioni dei muscoli coinvolti.

 

Nei casi in cui le terapie, tra cui anche magnetoterapia, ultrasuonoterapia e TENS, non riescano a sortire alcun effetto, si può optare per l’intervento chirurgico. L’intervento consiste nella bonifica della parte, tramite la disinserzione dei tendini, la giunzione osteotendinea, o la cruentazione dell’epicondilo. Accorcia i tempi di recupero anche l’utilizzo di un bracciale massaggiante con inserti in silicone.

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Fibromialgia: Scopri Sintomi, Cause e Rimedi

Fibromialgia: Un problema reumatico

La fibromialgia è una sindrome che si sviluppa con dolori muscolari anche di forte entità, associati a rigidità dei muscoli stessi. Nota anche come sindrome fibromialgica o sindrome di Atlante, è annoverata nel ramo delle malattie reumatiche.

Le parti del corpo interessate dalla malattia sono generalmente la colonna vertebrale, braccia, polsi, spalle, cingolo pelvico e cosce.

Fibromialgia

Cause

Le cause scatenanti la fibromialgia risiedono in delle alterazioni dei neurotrasmettitori a livello del sistema nervoso centrale. Questa alterazione dei neurotrasmettitori porta alla così detta iperalgesia e alla allodinia. La iperalgesia determina che ad uno stimolo doloroso di lieve entità il soggetto percepisca invece un dolore molto intenso, mentre la allodinia porta a percepire dei dolori per degli stimoli che normalmente non provocano dolore.

Sintomi

Tra i sintomi provocati dalla fibromialgia se ne possono elencare diversi che naturalmente non si presenteranno tutti insieme, ma varieranno a seconda della persona e del momento.

I sintomi più noti sono: insonnia, astenia, crampi notturni, fascicolazioni, formicolio e intorpidimento degli arti, una ridotta forza muscolare a livello di mani e braccia, ansia e depressione, cefalee, scarso equilibrio, pelle secca, secchezza di bocca e occhi, senso di confusione, stordimento, difficoltà a concentrarsi, intolleranza al freddo o al caldo-umido, fotofobia, percezione del dolore anche dopo il trattamento farmacologico, sensazione di forte dolore per stimoli di lieve entità.

Terapie

Una volta esposti i sintomi di questa sindrome, passiamo ad analizzare quelle che sono le possibili terapie cui i pazienti possono sottoporsi. Le principali terapie sono una terapia farmacologica e una terapia di rilassamento muscolare profondo.

La terapia farmacologica, perseguita anche grazie ad applicazioni localizzate mediante l’uso di correnti galvaniche (ionoforesi), consiste principalmente nella somministrazione di farmaci in grado di agire sui neurotrasmettitori e fanno parte della categoria degli inibitori della ricaptazione della seretonina, molto usati come antidepressivi ma, che da attenti studi riescono a dare buoni risultati anche per combattere alcuni sintomi della fibromialgia, come l’astenia e l’insonnia.

Le terapie non farmaceutiche consistono in tecniche di derivazione psicologica che portano ad un rilassamento graduale della muscolatura, facendo in modo che la iperattività neurovegetativa che sta alla base della sindrome fibromialgica venga ridotta il più possibile. In pratica si tratta di una tecnica di induzione psicologica in grado di attivare le funzione neuropsicologiche dell’emisfero celebrale destro.

Le sedute per il trattamento neuropsicologico variano tra le 3 e le 5 con frequenza settimanale o bisettimanale.

La terapia di rilassamento se fatta in modo corretto e se il paziente riesce ad arrivare ad un livello di rilassamento muscolare profondo, dà un risultato duraturo nel tempo e non saranno necessarie altre sedute. Questo tipo di terapia permette di combattere i dolori muscolari e migliorare notevolmente la qualità del sonno dei pazienti che soffrono di insonnia.

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Algodistrofia (Morbo di Sudek): piede, ginocchio, anca, mano le parti più soggette

Algodistrofia o Morbo di Sudek (Sindrome di Sudeck): cos’è

L’algodistrofia o sindrome o morbo di Sudek, o ancora algoneurodistrofia, è una sindrome algodistrofica che insorge, nella maggioranza dei casi, dopo la rimozione del gesso applicato all’arto per l’immobilizzazione; la sindrome generalmente appare dopo un trauma ad un arto, ma può anche insorgere spontaneamente e le sue cause non sono ancora note.

Questa sindrome si manifesta e ha come principali sintomi il dolore bruciante, edema localizzato e una comune diminuzione della capacità di movimento. Spesso le parti interessate sono la mano o il piede e al dolore può associarsi un disturbo nella sensibilità. Capita sovente che non si riesca ad infilare il piede all’interno della scarpa o poggiarlo a terra perché ciò scatenerebbe i sintomi dolorosi.

magnetoterapia per algodistrofia

Descritta per la prima volta più di un secolo fa, non si conoscono con precisione i meccanismi che portano alla manifestazione dell’algia. E’ stato recentemente ipotizzato che la causa risieda in una disfunzione del sistema nervoso simpatico, che viene sollecitato troppo intensamente dopo un trauma, alterando la normale fisiologia che si accompagna alla risposta dell’organismo al trauma stesso.

Forme in cui si manifesta l’algodistrofia

L’algodistrofia è anche conosciuta col nome Sindrome Dolorosa Regionale Complessa  e alcuni studi hanno evidenziato una correlazione tra la malattia e i sintomi tipici di stati depressivi, conseguenti anche al trauma che ha originato il morbo.

Ad oggi, si distinguono due forme di questa patologia.

La forma I insorge solitamente dopo un trauma a mani e piedi; la forma II, invece, si manifesta dopo un danno a un nervo periferico. Le forme non ricollegabili a nessun trauma subito dal soggetto sono rarissime e probabilmente sono correlate a patologie predisponenti (diabete, disturbi vegetativi).

Questa rara patologia colpisce soprattutto i soggetti di età inferiore ai 50 anni, anche bambini, e l’incidenza è maggiore nel sesso femminile con un rapporto 4:1; le regioni maggiormente interessate dall’algodistrofia sono gli arti inferiori (piedi, caviglie, tallone).

noleggio magnetoterapia domiciliare

Alla vista l’arto si presenta scuro, dolente a pressione e movimento, con marcate tumefazioni. Il dolore può essere molto forte, descritto dal paziente come “bruciante”; i movimenti sono fortemente limitati. Le indagini radiologiche evidenziano una forte osteoporosi nell’osso dell’arto colpito ma anche nelle ossa circostanti; tuttavia, l’osteoporosi non è sempre presente, per cui non è un sintomo peculiare della malattia, inoltre tende a scomparire dopo la risoluzione dell’algodistrofia.

Prassi terapeutica: linee guida contro l’algodistrofia

L’algodistrofia, o che dir si voglia Morbo di Sudek, si tratta con potenti antinfiammatori o glucocorticoidi per ridurre la tumefazione e la dolorabilità, con bifosfonati per contrastare la rarefazione del tessuto osseo e con fisioterapia, per recuperare la funzionalità (almeno parziale) dell’arto compromesso.

La prima cosa sulla quale va posto l’accento è l’interruzione del dolore: purtroppo però, anche se prescritta spesso, la terapia con antidolorifici ed antinfiammatori – ma anche quella a base di cortisonici – non hanno un grande effetto, il quale è anche assai transitorio.

Sortiscono invece un effetto positivo le terapie con campi magnetici pulsanti (o pulsati), che devono essere eseguite con costanza e per diverse ore al giorno (4/6 ore) per 45/60 giorni, tant’è che spesso vengono svolte a domicilio, di notte.

In Italia, una nuova terapia recentemente approvata dall’AIFA prevede la somministrazione di neridronato in infusione.

Alcuni benefici si raggiungono con il percorso vascolare in acqua termale calda e fredda, per ridurre l’edema e la dolorabilità, aumentare la vascolarizzazione dell’area e tonificare la muscolatura atrofica.

Nonostante la guarigione sia molto lenta e possa richiedere anche 6-18 mesi, la prognosi è benigna e non comporta sequele per l’arto colpito, a patto però che la terapia medica e riabilitativa sia iniziata precocemente: dopo mesi dall’insorgenza della sindrome, l’atrofia muscolare può diventare irreversibile, con perdita del muscolo e della vascolarizzazione.

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Osteoporosi: sintomi, cause e cure

Osteoporosi – Cosa la genera e come intervenire

L’osteoporosi è una condizione in cui l’osso subisce una modificazione della sua microarchitettura, perdendo la propria massa e capacità di resistenza, a causa di fattori metabolici, patologici e nutrizionali.

Alcuni medici non considerano l’osteoporosi una vera e propria malattia in quanto, specialmente nell’anziano, è un processo quasi fisiologico; tuttavia, l’osteoporosi predispone all’insorgenza di fratture patologiche con diminuzione della qualità e della speranza di vita, oltre alle complicanze, anche gravi, delle fratture non trattate.

Cause e tipologie

L’osteoporosi è considerata primaria (95% dei casi) quando si manifesta come evento originale; è suddivisa a sua volta in osteoporosi idiopatica (dalle cause sconosciute), post-menopausale (conseguente al calo fisiologico degli ormoni protettivi) e senile (dovuta a diverse cause quali anzianità, immobilità e perdita di calcio, vitamina D e micronutrienti).

L’osteoporosi è detta secondaria quando è causata da farmaci (cortisone, antiepilettici, anticoagulanti orali, eparina) o da patologie (iperparatiroidismo, sindrome di Cushing, sarcoidosi, artrite reumatoide, morbo di Crohn, neoplasie…). Nel sesso femminile dopo la menopausa, il rischio di osteoporosi aumenta di oltre 4 volte, perché cessa l’azione protettiva degli ormoni femminili (estrogeni e progesterone).

L’osteoporosi è causata dal disequilibrio tra deposizione della matrice ossea, operata dagli osteoblasti, ed erosione/riassorbimento della matrice ossea, di cui sono responsabili gli osteoclasti. Nella malattia osteoporotica tipica della menopausa, gli osteoclasti lavorano molto più degli osteoblasti, deteriorando l’osso e determinando la liberazione massiccia di calcio nel circolo ematico; la forma senile, invece, è correlata alla diminuita attività degli osteoblasti.

Sintomi e conseguenze

Il primo sintomo di osteoporosi è l’osteopenia, cioè la diminuzione del contenuto calcifico dell’osso, soprattutto a carico di vertebre, polso e femore. Con l’avanzare della demineralizzazione ossea, le ossa si fratturano facilmente, anche con traumi minimi; tipiche, nell’anziano, le fratture dell’avambraccio e del femore.

La diagnosi si basa sull’anamnesi familiare del paziente e sull’esame obiettivo che ricerca punti doloranti nello scheletro che possono essere sintomo di fratture già avvenute; il medico per confermare il sospetto clinico esegue una MOC (mineralometria ossea computerizzata), esami del sangue per valutare i parametri biochimici ed ormonali e, se si sospettano fratture, radiografia o risonanza magnetica nucleare.

Terapia

La terapia consta di attività fisica, che incrementa la massa ossea; cicli di magnetoterapia cemp; assunzione di vitamina D3, essenziale anche nel soggetto sano come forma di prevenzione; integrazione di calcio, magnesio e microelementi per ricostituire la matrice ossea; per il trattamento delle forme gravi, farmaci biologici anti-riassorbimento, bifosfonati (la cui assunzione potrebbe però portare ad osteonecrosi), terapia ormonale estro-progestinica di sostituzione (nella donna), farmaci osteoformativi.

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